Palazzo Chigi sapeva dell’inchiesta. Bertolaso voleva lo “scudo” – Italia – l’Unità.it

22 Febbraio 2010 0 Di ken sharo

di Claudia Fusanitutti gli articoli dell'autore

Dalla prima mattina di venerdì 29 gennaio palazzo Chigi era informato che ci sarebbero stati arresti per i cantieri del G8 alla Maddalena. E che nel mirino della procura di Firenze c’erano il Dipartimento Lavori pubblici di via della Ferratella a Roma, quello gestito dal grande capo Angelo Balducci, e il Dipartimento della Protezione civile. La certezza investigativa emerge dall’ultimo stralcio di indagini, 192 pagine, che gli investigatori del Ros hanno allegato come integrazione dell’ordinanza di custodia cautelare in previsione del Tribunale del riesame di domani a Firenze.

La lettura degli ultimi giorni “utili” di intercettazioni, dal 28 al 9 febbraio prima che scattassero gli arresti, dimostra due cose. La prima: il governo era stato avvisato e non solo “grazie” alle informazioni date dal procuratore aggiunto Achille Toro, responsabile a Roma dell’inchiesta gemella sui Mondiali di nuoto che da mesi segnava il passo, ma anche attraverso un secondo canale. Altrettanto istituzionale.

La seconda: e’ più chiaro, oggi, quello che è avvenuto in aula al Senato dal 2 al 9 febbraio quando col piede sull’acceleratore l’aula di palazzo Madama ha approvato il decreto sulla Protezione civile spa e, con questo, lo scudo giudiziario per i commissari delle varie emergenze. Una fretta che, con gli elementi oggi disponibili, ricorda altre recenti maratone parlamentari in funzione di leggi ad personam: nel 2006 quando fu approvata la salva-Previti che, agendo sui tempi della prescrizione, evitò il carcere all’ex ministro della Difesa; le urgenze di testi di legge che si chiamano processo breve e legittimo impedimento e che salvano il premier dai processi dove è imputato.

Diceva infatti l’articolo 3 comma 5 del testo istitutivo della Protezione civile spa che «dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 gennaio 2011 non possono essere intraprese azioni giudiziarie ed arbitrali nei confronti delle strutture commissariali e quelle pendenti sono sospese». La norma era – dopo il cataclisma Grandi Eventi è stata cancellata – legata al capitolo rifiuti e alla Campania. Ma avrebbe trovato facile applicazione anche per le altre emergenze della Protezione Civile, da Bertolaso a Balducci, da De Santis a Della Giovampaola. Non è azzardato dire che se non fossero scattati gli arresti (10 mattina), se il gip di Firenze avesse tardato un po’ nell’emettere le misure.

L’inchiesta sarebbe nata zoppa. Si spiega meglio, oggi, la presenza quasi militare da parte di Bertolaso a palazzo Madama, dal 2 al 9 febbraio fino all’approvazione del decreto quando esulta con una frase da guinness: «La bertolasocrazia? Sempre meglio della burocrazia».

In manette prima della fuga Ma torniamo alla fuga di notizie. E al ruolo imbarazzante della procura di Roma. Il 28 gennaio si parlano al telefono il procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi e quello di Roma Giovanni Ferrara e si presume che a quel punto il procuratore toscano aggiorni, fin dove può, il collega. Fatto sta il 29 mattina alle 8.50, l’avvocato Egidio Azzopardi – incaricato dalla cricca di monitorare quel che accade a piazzale Clodio e in contatto nei giorni precedenti sia con Toro che col figlio Camillo a cui ha fatto ottenere un posto al ministero delle Infrastrutture – avvisa Balducci che ha urgenza di incontrarlo.

L’ingegnere Grande Capo gli fa dire dal segretario che «stamattina a palazzo Chigi abbiamo fatto il punto presumo sulla stessa cosa». Dunque palazzo Chigi – chi? Gianni Letta? Guido Bertolaso? – è già stato informato. Verosimilmente da un altro canale. Dall’ultima nota informativa del Ros (2 febbraio) risulta che «sia Balducci che Anemome hanno in animo di partire. Sanno delle indagini e del controllo telefonico ma non sanno l’entità e la durata dell’indagine».

Da alcune intercettazioni risulta che «Balducci ha in animo di partire il giorno 11, è una cosa seria, serissima poi ne parliamo a voce». Intanto, sempre Balducci, dal 30 gennaio cerca con insistenza il suo avvocato (il professor Coppi e l’avvocato Borgogno) «per una cosa importantissima». Il Grande capo, in ogni caso, ha già deciso «di lasciare l’incarico e di dimettersi, diciamo per malattia». Sempre l’11 febbraio risulta in partenza Diego Anemone «per Madrid… ma forse meglio Acapulco che è un paradiso» e dove c’è già un amico. Le manette sono scattate 24 ore prima della fuga.

22 febbraio 2010

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