Battaglie comuni(ste)

18 Aprile 2010 0 Di luna_rossa

Il manifesto partecipa da sempre alla battaglia politica e culturale contro la privatizzazione ed il saccheggio dei beni comuni. Dopo il 1989, mentre gran parte della sinistra ideologica si accalcava sul carro autocelebrativo della “fine della storia”, privatizzando anche la propria identità, noi abbiamo resistito perfino alla pressione di togliere la scritta quotidiano comunista dalla prima pagina. Siamo stati vicini a tutte le battaglie culturali per il bene comune e per la difesa di un diverso modello di sviluppo basato sulla solidarietà, sulla cooperazione sociale e sul rispetto della diversità. Abbiamo cercato di seguire queste battaglie ovunque nel mondo esse si svolgessero, dalla foresta amazzonica alla valle di Susa. Questa declinazione del comune costituisce secondo molti di noi la prossima frontiera dell’ elaborazione di un pensiero di sinistra al passo coi tempi, proprio perché la proprietà comune supera tanto l’idea di proprietà privata quanto quella di proprietà pubblica, permettendoci di uscire dalla gabbia della contrapposizione mercato\stato. 
La cultura critica internazionale si sforza di declinare sul piano teorico, politico e della prassi l’idea di bene comune al fine di costruire istituzioni capaci di promuoverlo e difenderlo. Proprio in questi giorni a Cochabamba si celebra il decennale della vittoriosa battaglia dell’acqua, rigenerando qualche speranza, ormai difficile da coltivare nei paesi sovra-sviluppati dell’ occidente, per un’alternativa globale fondata sul dialogo piuttosto che sullo sfruttamento e sul saccheggio. 
In Italia i lavori per l’elaborazione di una teoria e di una prassi del bene comune sono in corso. Nella loro più autorevole definizione giuridica (in attesa di discussione in Senato), i beni comuni sono quelli che «esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. I beni comuni devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future e ne deve essere garantita in ogni caso la fruizione collettiva, nei limiti e secondo le modalità fissati dalla legge….essi sono collocati fuori commercio. Alla tutela giurisdizionale dei diritti connessi alla salvaguardia e alla fruizione dei beni comuni ha accesso chiunque» (Art. 3 D. Min. Giust. 21.06.07 progetto Legge Delega della c.d. Commissione Rodotà). Questa definizione colloca la riflessione giuridica italiana sui beni comuni all’avanguardia internazionale, anche se le probabilità che la Legge Delega sia discussa in Senato dipendono dalla capacità delle opposizioni di far valere i regolamenti, cosa purtroppo non banale nel Parlamento meno libero della nostra storia repubblicana. 
Ma sul piano delle prassi dall’Italia non provengono certo buone notizie per i beni comuni. Infatti oggi taluni fra i più importanti beni comuni, l’acqua, la fauna selvatica, la conoscenza, l’informazione, indispensabili per la vita materiale e per quella spirituale di ogni comunità, sono oggetto di un attacco violentissimo e continuativo. La privatizzazione obbligatoria del servizio idrico (Decreto Ronchi), la “federalizzazione” della caccia e dei beni demaniali, l’attacco alla scuola e all’ università pubblica a fini razzisti e classisti, e naturalmente quello all’informazione sotto forma di abolizione del diritto soggettivo al contributo pubblico per la stampa no-profit, sono tutti informati alla stessa logica egemonica: quella del saccheggio e della distruzione dei beni comuni al fine di profitto ed accumulazione privata. 
Alla costruzione di prassi contro-egemoniche e resistenti
il manifesto cerca di partecipare senza risparmio di energie. Vogliamo difendere la gestione pubblica dell’acqua aiutando il movimento referendario; vogliamo difendere la fauna selvatica lottando contro la sua ri-privatizzazione sostanziale; vogliamo difendere l’Università e la scuola pubblica, accompagnando i precari nelle loro battaglie; vogliamo difendere il patrimonio pubblico evitandone la vendita dissennata camuffata da “federalismo demaniale”, e vogliamo naturalmente difendere il nostro diritto di esistere liberi e critici come siamo sempre stati, contribuendo con questo sol fatto a declinare nuove prassi del bene comune. Infatti i beni comuni non sono una mera entità fisica: sono spazi materiali e spirituali di democrazia ed uguaglianza, proprio come proviamo ad essere in questo giornale, e come speriamo molti nostri lettori amici e compagni facciano nei circoli autogestiti del manifesto che si stanno costituendo un po’ ovunque. Questo è il nostro contributo alla rinascita della sinistra che se non sarà forse più in maggioranza comunista speriamo possa diventare almeno comune.
Il 28 aprile
il manifesto cercherà di diventare anche fisicamente un bene comune. Saremo in edicola a 40 centesimi perché vogliamo che i nostri lettori ci presentino ai loro amici che non ci conoscono. Al solito prezzo si potranno comprare tre copie. Quelle in più si possono dare ad un amico con cui abbiamo parlato di acqua pubblica, e l’altra la possiamo sciare in comune al bar sotto casa… Se poi ne potete comprare di più, che so 10 a testa per regalarle ai banchetti del si acquapubblica, ditelo in anticipo all’edicolante in modo che almeno per il nostro compleanno la distribuzione sia eccellente. Il 28 aprile vogliamo triplicare i nostri lettori sperando di mantenerne il doppio dei soliti dal 29 in poi: tutti impegnati per i beni comuni. 
L’acqua si difende andando a firmare i referendum a partire dal 24 aprile e la libera informazione in edicola quattro giorni dopo. È la stessa prassi di battaglia per il bene comune: lo vedrete sulle nostre pagine per tutta la durata della campagna siacquapubblica.
18.04.2010 – Il Manifesto.it