IL MANIFESTO-I movimenti pacifisti chiedono rinforzi

17 Maggio 2010 0 Di ken sharo

IL MANIFESTO.

|   Giulio Marcon

Nonostante sia finita da tempo l’onda lunga del movimento pacifista contro la guerra all’Iraq del 2003 continuano a manifestarsi in giro per l’Italia le più svariate campagne e iniziative: contro le basi americane del Dal Molin e di Sigonella, contro la produzione dei caccia bombardieri F35, per la riduzione delle spese militari e per la promozione dei corpi civili di pace, e tanto altro ancora. E poi, a parte il contenitore della Tavola della pace, sono attive molte associazioni, gruppi e campagne: da Pax Christi ai Beati i Costruttori di Pace, dall’Associazione Obiettori Nonviolenti all’Arci servizio civile, dalla Rete Disarmo a Sbilanciamoci, dall’Associazione per la pace ad Emergency, e molti altri ancora. Più di 3200 gruppi, piccoli e grandi, che quotidianamente si danno da fare per la pace. Non semplicemente contro la guerra, ma per costruire la «pace positiva», che si declina con i diritti umani, la soluzione nonviolenta dei conflitti, la giustizia.
A fronte di una varietà e vivacità duratura, prevalentemente a livello locale, vi è da registrare in un contesto più ampio la profonda debolezza politica di un movimento per la pace costretto a dedicarsi o alle grandi questioni dei «valori» (guadagnandosi il plauso dell’establishment politico, mediatico e magari anche di quello militare) o solamente alla pur importante attività educativa e di sensibilizzazione culturale. La dimensione più politica e radicale o è invece assente o batte il passo. Ad esempio, batte il passo l’opposizione – a parte Emergency e pochi altri- alla missione sbagliata in Afganistan ed è praticamente assente una mobilitazione, ad eccezione delle iniziative della Rete Disarmo e di Sbilanciamoci, contro la riduzione delle spese militari (e contro sistemi d’arma come i cacciabombardieri F35, la nuova portaerei Cavour) e batte il passo l’iniziativa per il profondo ripensamento della politica estera – bipartizan – del nostro paese.
E se proprio si vuole ripartire dai «valori» del pacifismo, non bisognerebbe mai dimenticarsi di uno dei tre principi fondamentali (accanto alla nonviolenza e alla nonmenzogna) che Aldo Capitini, promuovendo la prima marcia Perugia Assisi nel 1961 rivendicava: la noncollaborazione. Si tratta di un valore politico radicale che richiama la pratica della disobbedienza civile, cioè della contestazione, fino all’estremo, della violenza e delle politiche di guerra. Al pacifismo di oggi, oltre alla scarsa capacità di misurarsi sul terreno della politica (era una delle eredità più importanti del movimento contro i missili a Comiso), manca una significativa dose di radicalità e di noncollaborazione che dovrebbe essere connaturata ad un movimento che, in virtù del richiamo alla pace e della nonviolenza, dovrebbe essere irriducibile – quando entrano in gioco i principii «primi», fondamentali – a logiche di contrattazione e mediazione politicista. Eppure, oggi, di noncollaborazione ci sarebbe bisogno: contro le spese militari, contro i provvedimenti a danno dei migranti, contro le discriminazioni sui temi dei diritti civili, contro l’interventismo militare. Non sarebbe questo un valore della nonviolenza da declinare concretamente -attraverso, sì, un’opera di educazione e sensibilizzazione – nella realtà quotidiana del nostro paese?
E su un terreno più generale ci sono alcuni temi sui quali il movimento pacifista non riesce più ad esprimersi e a mobilitarsi compiutamente (naturalmente molti lo fanno e sono attivi, ma frammentati, isolati): oltre alla riduzione delle spese militari e all’opposizione all’interventismo militare fuori confine (ed il nefasto militarismo umanitario), la privatizzazione della difesa (come negli Stati Uniti), la questione della militarizzazione del territorio (ovvero, le basi) e della società (con i militari adibiti a funzioni di ordine pubblico), la demolizione in corso del servizio civile, il tema dell’industria militare e della sua riconversione, l’impegno per la lotta al razzismo e alle discriminazioni, e altro ancora. Sono i punti di un’agenda – non rituale ed ecumenica – sui cui andrebbe ricostruita l’identità e la mobilitazione politica e radicale del movimento pacifista in Italia. Sicuramente c’è ancora molta strada da fare. Nonostante sia finita da tempo l’onda lunga del movimento pacifista contro la guerra all’Iraq del 2003 continuano a manifestarsi in giro per l’Italia le più svariate campagne e iniziative: contro le basi americane del Dal Molin e di Sigonella, contro la produzione dei caccia bombardieri F35, per la riduzione delle spese militari e per la promozione dei corpi civili di pace, e tanto altro ancora. E poi, a parte il contenitore della Tavola della pace, sono attive molte associazioni, gruppi e campagne: da Pax Christi ai Beati i Costruttori di Pace, dall’Associazione Obiettori Nonviolenti all’Arci servizio civile, dalla Rete Disarmo a Sbilanciamoci, dall’Associazione per la pace ad Emergency, e molti altri ancora. Più di 3200 gruppi, piccoli e grandi, che quotidianamente si danno da fare per la pace. Non semplicemente contro la guerra, ma per costruire la «pace positiva», che si declina con i diritti umani, la soluzione nonviolenta dei conflitti, la giustizia.
A fronte di una varietà e vivacità duratura, prevalentemente a livello locale, vi è da registrare in un contesto più ampio la profonda debolezza politica di un movimento per la pace costretto a dedicarsi o alle grandi questioni dei «valori» (guadagnandosi il plauso dell’establishment politico, mediatico e magari anche di quello militare) o solamente alla pur importante attività educativa e di sensibilizzazione culturale. La dimensione più politica e radicale o è invece assente o batte il passo. Ad esempio, batte il passo l’opposizione – a parte Emergency e pochi altri- alla missione sbagliata in Afganistan ed è praticamente assente una mobilitazione, ad eccezione delle iniziative della Rete Disarmo e di Sbilanciamoci, contro la riduzione delle spese militari (e contro sistemi d’arma come i cacciabombardieri F35, la nuova portaerei Cavour) e batte il passo l’iniziativa per il profondo ripensamento della politica estera – bipartizan – del nostro paese.
E se proprio si vuole ripartire dai «valori» del pacifismo, non bisognerebbe mai dimenticarsi di uno dei tre principi fondamentali (accanto alla nonviolenza e alla nonmenzogna) che Aldo Capitini, promuovendo la prima marcia Perugia Assisi nel 1961 rivendicava: la noncollaborazione. Si tratta di un valore politico radicale che richiama la pratica della disobbedienza civile, cioè della contestazione, fino all’estremo, della violenza e delle politiche di guerra. Al pacifismo di oggi, oltre alla scarsa capacità di misurarsi sul terreno della politica (era una delle eredità più importanti del movimento contro i missili a Comiso), manca una significativa dose di radicalità e di noncollaborazione che dovrebbe essere connaturata ad un movimento che, in virtù del richiamo alla pace e della nonviolenza, dovrebbe essere irriducibile – quando entrano in gioco i principii «primi», fondamentali – a logiche di contrattazione e mediazione politicista. Eppure, oggi, di noncollaborazione ci sarebbe bisogno: contro le spese militari, contro i provvedimenti a danno dei migranti, contro le discriminazioni sui temi dei diritti civili, contro l’interventismo militare. Non sarebbe questo un valore della nonviolenza da declinare concretamente -attraverso, sì, un’opera di educazione e sensibilizzazione – nella realtà quotidiana del nostro paese?
E su un terreno più generale ci sono alcuni temi sui quali il movimento pacifista non riesce più ad esprimersi e a mobilitarsi compiutamente (naturalmente molti lo fanno e sono attivi, ma frammentati, isolati): oltre alla riduzione delle spese militari e all’opposizione all’interventismo militare fuori confine (ed il nefasto militarismo umanitario), la privatizzazione della difesa (come negli Stati Uniti), la questione della militarizzazione del territorio (ovvero, le basi) e della società (con i militari adibiti a funzioni di ordine pubblico), la demolizione in corso del servizio civile, il tema dell’industria militare e della sua riconversione, l’impegno per la lotta al razzismo e alle discriminazioni, e altro ancora. Sono i punti di un’agenda – non rituale ed ecumenica – sui cui andrebbe ricostruita l’identità e la mobilitazione politica e radicale del movimento pacifista in Italia. Sicuramente c’è ancora molta strada da fare.