Il Riformista – Quanta ipocrisia nei partiti sul default Rai

1 Febbraio 2012 0 Di luna_rossa

Il Riformista.

di Marcello Del Bosco

Nella foto: Lorenza Lei

Conosco da molti anni Lorenza Lei e la stimo. Da quando è direttore generale della Rai ha compiuto molti errori e qualcosa di buono; forse si è mostrata forte con i deboli e debole con i forti; forse ha sacrificato la sua autonomia e indipendenza in nome di un malinteso spirito di lealtà aziendale.
Di sicuro ha agito in buona fede e farne il capro espiatorio della profonda crisi di viale Mazzini è tanto ipocrita quanto auto assolutorio per i veri responsabili, ossia i partiti. È dalla fine dell’epoca Bernabei, cioè del monopolio democristiano, che il servizio pubblico radiotelevisivo, sempre ritenuto terreno di caccia e di razzie, si è allargato. Ancora adesso vengono ricordati come gli “anni d’oro” quelli del tandem Manca (Psi) e Agnes (Dc) con l’associazione del Pci – quale grande forza di opposizione – alla seppur parziale gestione dell’azienda; una lottizzazione quasi simmetrica e un equilibrio pressocché reale degli schieramenti parlamentari.
Schema travolto dalla caduta della prima Repubblica, un po’ perché i meccanismi di garanzia previsti con il sistema proporzionale non potevano funzionare con il passaggio al maggioritario; molto, e soprattutto, perché con la discesa in campo di Berlusconi si è innescato il più poderoso dei conflitti d’interesse. Problema mai affrontato seriamente – anche negli anni in cui il centrosinistra era maggioranza – e quindi mai risolto.
Di volta in volta si è preferito fare ricorso a leggine di circostanza per modificare i criteri di governance, preferendo accontentarsi di qualche briciola di potere e accaparrarsi qualche poltroncina, rinviando a un poi che sapeva di mai la risoluzione del punto cruciale; fino a giungere all’obbrobrio della legge Gasparri che in qualche modo ha legittimato il degrado attuale, e forse irreversibile, di viale Mazzini.
Ora il re, per l’ennesima volta, è nudo. Le vicende del Tg1 e della Tg3 hanno mostrato che non esistono regole, norme, buon senso e pudore dinanzi all’arroganza e alla brutalità di chi considera la Rai come un feudo. Secondo le previsioni, un CdA in scadenza e spaccato in due (5 a 4 le due votazioni) ha nominato il pensionato Maccari direttore del Tg1 e il leghista Casarin a capo di tutte le redazioni regionali. A nulla è servito l’accorato appello di Sergio Zavoli, le facili ironie sul regalo al Carroccio nel momento culminante della campagna leghista per l’evasione del canone, o la singolare posizione del consigliere Verro neoeletto in Parlamento e in pensosa riflessione sul suo futuro.
Pdl e Lega hanno imposto i loro candidati con il consueto voto di scambio pensando soprattutto alla prossima tornata elettorale. Anche a rischio di infliggere il colpo di grazia alla ormai scarsa parvenza di servizio pubblico e di sconquassare l’azienda (il consigliere d’opposizione Rizzo Nervo si è già dimesso).
Da più parti adesso si invoca l’intervento del governo. Comprensibile forse da un punto di vista etico (poichè, comunque la si pensi, l’avvento di Monti ha fatto respirare una aria nuova di moralità al Paese), poco praticabile da un punto di vista pratico.
In ogni caso,infatti, è necessario un passaggio parlamentare: e i numeri alle Camere non ci sono. L’asse Pdl-Lega può incrinarsi nei comizi, ma in Rai è granitico. Nel terzo polo sembrano prevalere posizioni vetero-democristiane di pura conservazione. Il Pd è spaccato in tre tronconi: quello che punta al commissariamento in vista di una seppur parziale privatizzazione; quello che aspetta e spera nelle prossime elezioni per poter tornare sulla plancia di comando (con eventuali Schettino a scaldare i muscoli, visto che in passato l’ala prodiana ha sfornato qualche dg di rara vocazione immobilista); quello che invoca la riforma globale ed epocale giurando di non sedersi mai più a un tavolo di trattativa. Gruppo capitanato da Bersani che certo non dimentica di aver ereditato la Rai architettata da Veltroni e Franceschini.
Il dibattito, come in un film di Nanni Moretti, ferve e s’infiamma. Bene. Purchè ci vengano risparmiati i soliti sermoni sul pluralismo dell’informazione (da sempre in Rai considerato un optional praticato solo da professionisti di buona volontà), su quanto sia indispensabile il servizio pubblico (fulgido esempio L’isola dei famosi) e su come la crisi sia riconducibile al contratto di Celentano. Per non parlare poi del memorabile grido che da almeno 50 anni periodicamente risuona in Parlamento: “fuori i partiti dalla Rai”.
Mai visto nessuno dare l’esempio, neanche durante un vuoto di memoria.