Bidoni tossici: La pesca miracolosa e la catastrofe ambientale – Senza Soste

27 Marzo 2012 0 Di luna_rossa

Nella vicenda dei bidoni tossici del cargo “Venezia” la notizia di oggi è il ripescaggio -casuale naturalmente- del primo fusto. La “pesca miracolosa” conferma l’evidente incapacità tecnica e politica del palazzo di tutelare l’ecosistema marino e la salute umana.

In primo luogo perché il bidone è rimasto impigliato nelle reti in una zona non vicinissima al punto dell’incidente, a dimostrazione che le correnti li stanno disperdendo e che quindi sarà quasi impossibile il ritrovamento e il ripescaggio di quelli non ancora individuati.

Poi perché il bidone ripescato era aperto, e quindi a questo punto forse sarebbe inutile anche il recupero, dato che è già avvenuto ciò che più si temeva e si doveva evitare: lo sversamento in mare del contenuto dei bidoni.

Lo scrivevamo qualche giorno fa: non era pensabile che i bidoni potessero resistere all’infinito alle pressioni esistenti a quelle profondità (quello ripescato era adagiato su un fondale di 430 metri), ed è per questo che sarebbe stato necessario affrettare al massimo le operazioni di recupero. Ma nessuna delle autorità preposte è stata in grado di imporre alla Grimaldi di muoversi in tempi rapidi evitando che l’incidente si trasformasse in una vera e propria catastrofe.

Infatti sembra incredibile ma la Grimaldi a più di tre mesi dall’incidente deve ancora presentare un piano di recupero definitivo! Ci chiediamo allora a cosa sono servite le varie “diffide” che sono state inviate. Evidentemente la Grimaldi sapeva che “can che abbaia non morde”, cioè di poter contare sulla massima indulgenza delle autorità, che finora ha garantito l’impunità dei responsabili oggettivi del disastro ambientale come testimonia l’abissale ritardo nelle operazioni di recupero. A tutt’oggi nessuno ha realmente pagato, contravvenendo alla norma che obbliga al risarcimento chi causa un danno doloso o colposo.

La compagnia proprietaria del cargo tra l’altro deve ancora spiegare perché nonostante le pessime condizioni meteo-marine previste per il 17 dicembre ha fatto salpare lo stesso la nave non usando il buon senso e la necessaria professionalità richiesta nei trasporti di sostanze pericolose.

Sulle conseguenze del disastro, basta riportare quanto si legge sul Tirreno di oggi:

La situazione è ancora grave e pericolosissima, non solo dal punto di vista ambientale per la contaminazione che nichel, vanadio e molibdeno possono produrre su pesci e crostacei, ma anche per  l’eventualità che qualche pescatore, al Calambrone, fuori dalla vasta area vietata alla pesca per consentire le operazioni di ricerca e recupero, o altrove, ovunque siano finiti i cento bidoni-fantasma, possa raccoglierne uno con la propria rete. Senza considerare la possibilità che le correnti possano farne spiaggiare alcuni.

I catalizzatori contenuti nei bidoni, lo ricordiamo, sono solubili in acqua, mentre all’asciutto possono incendiarsi sprigionando vapori tossici e cancerogeni. Alla rabbia per lo sfregio subito dal nostro mare si aggiunge quella che suscita dover leggere tutti i giorni come le istituzioni e gli enti preposti alla salvaguardia della salute umana continuino a fare da pompieri sulle legittime preoccupazioni dei livornesi, preoccupazioni manifestate anche da una stampa che certo non gli è pregiudizialmente avversa.

L’ARPAT per esempio continua a minimizzare, facendoci sapere che “le concentrazioni sono in linea con quanto atteso”. Atteso in base a cosa? Al fatto che qualcuno ne ha scaricato in mare 40 tonnellate? Si sa benissimo che gli effetti dell’inquinamento non saranno rintracciabili a breve termine nella fauna marina, ma quelli a lungo termine?

Leggiamo in un articolo che riguarda la zona di provenienza dei catalizzatori che in Sicilia è in corso un’indagine giudiziaria che

sta esaminando anche l’ingestione di sostanze nocive introdotte nella catena alimentare dal consumo di pesce catturato in tratti di mare inquinato. Sostanze come il mercurio, il nichel e il vanadio sono i principali agenti inquinanti (…) Accertati da studi promossi dall’università di Catania e dall’Icram, questi metalli pesanti, presenti tra i fondali della rada di Augusta, diventano alimento dei pesci pescati illegalmente all’interno del porto, che vengono immessi nel mercato alimentare. In alcune specie ittiche, come ricciole, pagelli e palamiti, sono state notate alterazioni della colonna vertebrale, scoliosi, ispessimenti abnormi e strutture a Y, oltre a malformazioni di pinne e coda. Decisamente allarmante la presenza di mutazioni del Dna per il Coris Julis, comunemente noto come “donzella”, un pesce diffusissimo nei nostri mari e facilmente pescato con semplici canne o lenze. Alterazioni non presenti tra gli esemplari che vivono lungo le rimanenti coste siciliane. Così gli isolani, consumando del pesce nelle loro tavole,si accorgono troppo tardi delle varie malformazioni genetiche e dei strani colori del pasto appena consumato. Il patrimonio genetico dei residenti sarebbe quindi attaccato da metalli pesanti, diossine e polveri finissime, responsabili dell’incremento di tumori, malattie croniche e malformazioni congenite, registrate in aumento nell’area del petrolchimico.

In casi come questo le istituzioni dovrebbero essere spinte ad agire da un elementare principio di precauzione. Ciò significa sospendere la pesca e vietare la balneazione finché non saranno chiare le ricadute ambientali assicurando un risarcimento ai relativi settori economici danneggiati dal disastro, in modo da assicurare il diritto al lavoro e alla retribuzione.

Inoltre noi siamo convinti che nell’interesse generale si debba riprendere l’idea di un esposto alla Procura della Repubblica per disastro ambientale e di aprire una class-action o un procedimento analogo per le ricadute, non ancora chiare, che vi saranno da qui a pochi anni sulla salute umana.

In terzo luogo ribadiamo la nostra richiesta che ai tavoli tecnici siano invitati anche i comitati dei cittadini, le rappresentanze sindacali delle categorie danneggiate e le associazioni ambientaliste.

A meno che non si voglia continuare a cianciare di partecipazione per poi puntualmente negarla quando si tratta di discutere su questioni davvero importanti per la città, e non solo per il colore della cupola del palazzetto (peraltro neanche lì si è rispettata la volontà dei livornesi dipingendola di un colore diverso da quello che avevano scelto!).

Proponiamo anche la richiesta di un finanziamento specifico che permetta la realizzazione di ricerche da parte di commissioni tecniche indipendenti, dirette ad accertare la reale situazione delle nostre acque e la situazione epidemiologica del nostro territorio in relazione a patologie con cause ambientali, con l’obiettivo di proporre le soluzioni più adeguate per ridurre le conseguenze del disastro.

Ma il sindaco Cosimi e il commissario fiorentino al cemento Grassi? Sui bidoni  non li intervistano neanche più. Di Cosimi ricordiamo la dichiarazione “Abbiamo evitato il disastro”, uscita subito dopo la figuraccia dei famosi fax della Capitaneria che lo sbugiardavano in modo imbarazzante quando aveva negato di essere stato avvisato subito dell’incidente; o altre bizzarre dichiarazioni del 17 gennaio dove sosteneva che “per la contaminazione della catena alimentare, se mai ci sarà, ci vorranno come minimo cinque anni”.

Il secondo probabilmente è affaccendato in qualche polemica su Facebook contro i “compagniucci” (lui lo scrive così, con la “i”). Del resto si sapeva fin dall’inizio che la sua venuta a Livorno era diretta a garantire la piena libertà di manovra degli imprenditori e fare il “castigamatti” dei Comitati. Non si può dire che da questo punto di vista abbia deluso le aspettative, avendo giocato il suo ruolo anche con qualche tocco di creatività aggiuntiva come quando si è esibito nel saluto romano davanti a un noto bar del centro.

È nostra opinione che siano inadeguati tutti e due. Per questo proseguiamo la nostra raccolta di firme per chiederne le dimissioni.

Vertenza Livorno- Rete per la difesa della salute e dell’ambiente

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