Morto Wilhelm Brasse il fotografo di Auschwitz | Articolo Tre

24 Ottobre 2012 0 Di luna_rossa

-Redazione– 24 ottobre 2012-  A 95 anni è morto Wilhelm Brasse, polacco di origini tedesche, uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwtiz, l’uomo al quale i nazisti affidarono il beffardo compito di fotografare i nuovi arrivi nel lager.

Tutti, inesorabilmente, condannati a morte. Nei quasi cinque anni vissuti nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, Brasse – numero di matricola 3444 – ha fatto 50.000 ritratti. Tre scatti ciascuno, di fronte, profilo e tre quarti,  dei deportati che varcavano il cancello con la scritta Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi).

Una documentazione puntigliosa e agghiacciante di morti viventi che è esposta oggi, per la maggior parte, al Museo di Auschwitz.

A Brasse si deve anche il lascito di documentazione preziosa sugli esperimenti pseudo-medici condotti dal dottor morte Josef Mengele nel vicino lager di Birkenau. Con un passato da fotografo nel sud della Polonia, Brass che si sentiva polacco nonostante un nonno austriaco, una volta cominciate le angherie naziste e gli interrogatori della Gestapo, tentò di fuggire in Francia ma al confine con l’Ungheria gli ucraini lo catturarono il 1 aprile 1940.

Passò da un carcere all’altro finchè gli venne offerto di salvarsi, a patto però di entrare nella Wehrmacht. Rifiutò e il giorno stesso venne deportato con altri 400 detenuti ad Auschwitz.

Vi rimase quattro anni e otto mesi fino al 21 gennaio 1945 quando, sette giorni prima della liberazione del campo il 27, venne portato in Austria: Mauthausen, Melk e Ebensee, il sub-Lager di Mauthausen fra i più infernali campi di concentramento nazisti.

«Pesavo 42 chili e maledicevo Dio e mia madre per essere nato», disse in un’intervista  un paio di anni fa. Ad Auschwitz Brasse era consapevole di essere un privilegiato: dopo essere stato assegnato a vari Arbeitskommando fu scelto, vista la sua esperienza da professionista, come fotografo del campo.

Così fu trattato meglio: non pativa la fame, niente lavori forzati, ma la paura di essere ucciso in quanto testimone di misfatti l’ha sempre perseguitato. Lo scopo era schedare i detenuti per identificarli in caso di tentativi di fuga.

Brasse sapeva che quei volti che fotografava appartenevano a condannati a morte e per lui ogni scatto era un tormento. Verso la fine, il 15 gennaio 1945, con l’avanzare dell’Armata Rossa, gli fu ordinato di «distruggere tutti i negativi e i documenti».

Brasse gettò interi pacchi nel forno, ma allora i negativi erano di celluloide indistruttibile. Dopo la guerra Brasse – protagonista nel 2005 di un documentario dedicato alla sua incredibile vita dal titolo «Il ritrattista» – ha provato a continuare a fare il suo mestiere, ma a ogni scatto riaffioravano i fantasmi delle vittime. Uno psicologo gli disse di smettere di fotografare e cambiare lavoro.

Con la moglie, sposata nel ’46 e morta nel 2008, 62 anni di felicità e «mai una parola su Auschwitz, anche se lei sapeva».

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