nwo-truthresearch: Nino lo Bello: L’Oro del Vaticano

27 Marzo 2013 0 Di ammiano marcellino

nwo-truthresearch: Nino lo Bello: L’Oro del Vaticano.

 

 

Forse la constatazione più amara e rivelatrice dell’intero libro L’Oro del Vaticano di Nino lo Bello è proprio l’ultima frase a pagina 219:

 

 

 

L’autore di questo libro prevede che verrà il giorno, magari tra un migliaio di anni, in cui il Vaticano cesserà di funzionare come un’istituzione religiosa e assumerà in tutto e per tutto le funzioni di una grande impresa finanziaria. La transizione dall’una all’altra veste sarà meno difficile di quanto possa sembrare, proprio perché man mano che il cattolicesimo andrà accentuando la propria decadenza come grande religione, le ricchezze della Chiesa potranno più facilmente infiltrarsi in qualsiasi campo dell’economia mondiale. Allora, finalmente, il magnate installato al di là del Tevere potrà liberarsi della sua veste di pietà; allora, finalmente, il Vaticano rivelerà l’autentica estensione dei suoi interessi economici.”

 

 

 

L’edizione italiana del libro uscì nel 1971. In essa pertanto non troviamo informazioni aggiornate sulla reale estensione degli interessi finanziari del Vaticano in giro per il mondo; questo lavoro però è un raro e prezioso documento storico ad opera di un professore universitario statunitense che tentò, in tutta onestà, di quantificare la reale entità di questi interessi. A tutt’oggi questo lavoro ci sembra uno dei pochi che ha tentato di svelare al pubblico questo genere di affari; questo la dice lunga sul potere censorio del Vaticano quando si tratta di andare a curiosare sui suoi conti.

 

Il libro è così introdotto:

 

 

 

 

A Roma, la Società che fornisce acqua alla città, la Società dei telefoni e la più grande Società di costruzioni sono di proprietà o sono controllate dal Vaticano. Interessi ha anche il Vaticano nella Snia-Viscosa, nell’Italgas, nella Manifattura Ceramiche Pozzi (lavabi, vasche, servizi igienici), nella Molini e Pastifici Pantanella, nelle Funivie Savona San Giuseppe, nella Carbonifera Chiapello, nella Salifera Siciliana, nel Bottonificio Fossanese, nel Cotonificio Veneziano, ecc. ecc. Altre migliaia di Società, sparse in tutto il mondo, dipendono, in tutto o in parte, dal Vaticano, che è un grande impero finanziario di cui, per la prima volta, in questo volume, si cerca di definire l’ampiezza e la potenza. Volume che, appena apparso in America, ha già suscitato vivaci polemiche; è stato oggetto di interventi e precisazioni della Santa Sede, ma senza che le cifre, i fatti, le indiscrezioni, raccolti da Nino Lo Bello, potessero essere smentiti. Del resto, se il ministro Preti ha dichiarato che, nel 1965, gli investimenti del Vaticano, superavano di poco i cento milioni di dollari, l’Economist ha valutato il portafoglio azionario vaticano a otto miliardi e ottocento milioni di dollari, di cui cinque miliardi almeno investiti in azioni italiane. Questa diversità di valutazioni è dovuta al segreto gelosissimo che circonda le operazioni finanziarie della Santa Sede. Ma quale è la verità? L’oro del Vaticano, opera di un professore universitario americano che ha vissuto tredici anni in Europa, in qualità di corrispondente per gli affari economici, risponde a questa domanda. “

 

 

 

Di seguito riportiamo alcuni estratti del libro:

 

 

 

Dal capitolo 1

 

 

 

“Come altri milioni di cattolici, io non avevo mai prestato attenzione agli affari commerciali del Vaticano. Eppure, avrei forse dovuto accorgermi da molto tempo che la Chiesa è un’autentica istituzione finanziaria”(pag.5) “Gli aspetti finanziari dell’attività del Vaticano sono circonfusi di mistero. Unico, fra gli Stati sovrani, a non pubblicare mai il proprio bilancio, il Vaticano è anche la sola Chiesa organizzata che tenga gelosamente segreti i propri affari finanziari. E questi affari sono talmente ramificati e complicati che è da dubitare che esista una sola persona, Papa compreso, che ne abbia una visione completa”(pag. 6) “Tutt’al più, quest’indagine sulle finanze vaticane che io ho faticosamente messo assieme negli ultimi dieci anni mostrerà questo venerabile organismo come una delle più grandi potenze fiscali del mondo. In apparenza il Vaticano di oggi è profondamente diverso da quello di un secolo fa. Tuttavia continua a tenere accuratamente nascoste sotto un velo di oscurità le sue operazioni finanziarie. E che sia riuscito a conservare questa riservatezza in un’epoca in cui affari ed economia sono fatti d’interesse primario, è certamente degno di nota. “(pag.7) “Nel senso in cui l’adoperiamo qui, l’espressione “ricchezza del Vaticano” non deve esser confusa con il cosiddetto “patrimonio della Chiesa”, che costituisce in chiese, antichi palazzi e tesori artistici.[…] Nel quadro dei riferimenti qui usati, “ricchezza del Vaticano” è il danaro che guadagna negli affari il quartier generale mondiale della Chiesa Cattolica, sono i profitti che il Vaticano ha accumulato e difeso con l’impiego di tutta la sua artiglieria pesante.”(pag.8)

 

 

 

Dal capitolo 2

 

 

 

“L’organismo che fino al 1967 era la spina dorsale degl’interessi economici del papato e fungeva da Ministero delle Finanze, era quello noto come Amministrazione Speciale (ora assorbito dalla nuova struttura). Istituito nel 1929, dopo la firma del Trattato del Laterano fra l’Italia fascista e la Santa sede (su questo Trattato v. il Cap.V), l’Amministrazione Speciale fu alimentata dalla somma di circa novanta milioni di dollari versata dal dittatore Benito Mussolini alla Santa Sede come indennizzo per la perdita degli Stati Pontifici.

 

 

Grazie a oculati investimenti, essa salì a circa cinquecentocinquanta milioni di dollari. Questa cifra non ufficiale, corrispondente piuttosto a una stima prudenziale, è quella solitamente offerta dal consorzio delle Banche romane e rappresenta l’ammontare presuntivo dei beni liquidi dell’Amministrazione Speciale durante gli ultimi mesi del 1967. Unica nel suo genere quanto a libertà di azione, tale da suscitare l’invidia di qualsiasi imprenditore o Ministro delle Finanze del mondo intero, l’Amministrazione Speciale non doveva render conto a nessuno del proprio operato. Nessun comitato elettivo, nessun gabinetto governativo la controllava, né doveva presentare rendiconti ad assemblee di azionisti. Dal momento che operava in segreto (così come nuovo “ministero delle finanze”) nessun giornale poteva gettarle addosso sguardi indiscreti. In Italia e in molti altri paesi non pagava tasse. Non dovendo preoccuparsi eccessivamente della disponibilità di capitali, poteva impostare programmi e investimenti a lungo termine. I privilegi diplomatici rendevano spesso particolarmente agevoli le sue operazioni e i contatti diplomatici, grazie ai quali l’”ufficio interno” era tenuto regolarmente informato su qualsiasi fatto che potesse presumibilmente influire sugli orientamenti economici, le davano un notevole vantaggio sulla concorrenza. L’uomo che governò l’Amministrazione Speciale dalla fine del 1958 alla sua dissoluzione fu il cardinale Alberto de Jorio, che era entrato in quell’ufficio nel ’39 come assistente e, assegnato nel ’42 all’Istituto per le opere di religione (la Banca vaticana) ne era diventato presidente nel ’44, pur continuando a far parte dell’Amministrazione Speciale. In seguito fu nominato segretario della commissione di tre cardinali preposta a detto organismo.

 

Alberto de Jorio

 

De Jorio, che ricevette il berretto cardinalizio nel 1958, condusse le operazioni della commissione con magistrale oculatezza e si circondò di un trust di cervelli di esperti finanzieri, che annoverava fra gli altri l’italiano Luigi Mennini, un laico, e il marchese Henri de Maillardoz, ex direttore del Credit Suisse di Ginevra, presso il quale il Vaticano possiede almeno due sostanziosi conti.  Benché i depositi più importanti siano presso la Banca ginevrina, il Vaticano ne possiede altri anche in numerose Banche pubbliche. Il defunto cardinal Domenico Tardini, Segretario di Stato, affermò una volta in un’intervista che le voci correnti sull’enorme ricchezza del Vaticano erano esagerate e che ne veniva data un’immagine distorta. Ma qualsiasi giornalista serio che si metta a fare un po’ di conti scoprirà che due più due non fanno quattro, e neanche ventidue, bensì una cifra che ammonta a centinaia di milioni di dollari. Per quel che riguarda la sua immagine pubblica, il Vaticano preferisce dar l’impressione di essere un’organizzazione con entrate modeste e spese rilevanti. La Città del Vaticano, per esempio, emette nuovi francobolli e serie speciali più volte all’anno. Così facendo non si comporta in modo diverso da altri piccoli Stati che emettono e vendono francobolli per accrescere la loro disponibilità di divise estere. Ma i francobolli vaticani sono particolarmente ricercati e i proventi delle vendite si avvicinano a quattrocentomila dollari l’anno.”

 

[…]

 

“Sul delicato argomento delle finanze vaticane c’è un’assoluta carenza d’informazioni tanto per coloro che sono “dentro” quanto per gli osservatori esterni. E’ stato il Vaticano stesso a volere che fosse così. Esso ha organizzato i propri affari in modo da impedire che chicchessia potesse, per ragioni del proprio ufficio, mettere insieme i tasselli dell’intero mosaico di operazioni finanziarie innumerevolmente ramificate. C’è stata, a quanto pare, una sola persona che ha avuto il privilegio di controllare completamente questo mosaico. Il suo nome è Bernardino Nogara.

 

 

Bernardino Nogara

 

Gran parte del merito della riuscita degli affari vaticani a partire dal 1929 va attribuito a questo ex studente di architettura. Nogara diede prova della sua abilità finanziaria quando ricevette da Pio XI la responsabilità dell’amministrazione della somma di novanta milioni di dollari assegnata da Mussolini alla Santa Sede come indennizzo. In precedenza era stato vice presidente della Banca Commerciale Italiana, e si era imposto all’attenzione degli ambienti ufficiali vaticani attraverso Papa Benedetto XV, il quale si era giovato dei preziosi suggerimenti del Nogara (allora direttore della filiale di Istanbul della Commerciale) nell’acquisto, a titolo personale, di titoli dell’impero turco. Posto a capo dell’Amministrazione speciale di nuova istituzione, il fedele Nogara ebbe carta bianca, e pur cavando dal proprio cappello molti degli affari del Vaticano, si rivelò uno straordinario amministratore. Intraprendendo una politica di investimenti a livello mondiale riuscì a moltiplicare più volte il capitale iniziale. Nella sua politica dei profitti Nogara si attenne a una regola, secondo cui il programma d’investimento del Vaticano non doveva essere condizionato da considerazioni religiose. Agli inizi degli anni cinquanta, per esempio, egli utilizzò i fondi pontifici per speculare sui buoni del tesoro della protestante Inghilterra, che gli apparivano più remunerativi di quelli della cattolica Spagna, allora in grave crisi economica. Morì a ottantotto anni, nel 1958, lasciando una “metodologia” alla quale si attennero con religiosa fedeltà i suoi successori, che in tal modo continuarono a realizzare profitti fantastici. Il misterioso Bernardino Nogara era nato a Bellano, sul lago di Como, nel 1870, lo stesso anno in cui il Regno d’Italia si annetteva l’ultimo degli Stati pontifici, il cui indennizzo di novanta milioni di dollari lo stesso Nogara sarebbe in seguito stato chiamato ad amministrare.”

 

[…]

 

“Figura taciturna e sfuggente, Nogara ebbe il suo incarico presso il Vaticano da un papa che non s’intendeva gran che di affari. Non aveva alcun obbligo di conseguire profitti immediati e fu libero d’investire i capitali nel mondo intero come meglio sembrasse opportuno (e senza troppe preoccupazioni di tasse). Egli seppe fare il miglior uso di simili privilegi. Nogara basò le sue operazioni sugli attendibili rapporti che pervenivano dalla fitta rete di rappresentanti diplomatici vaticani dislocati in tutto il mondo. Vescovi e laici bene informati fornivano notizie, spesso attraverso la “linea calda” vaticana, che nessun banchiere al mondo avrebbe mai potuto ottenere a nessun prezzo.  Nel corso della sua carriera Nogara era diventato uno specialista in fatto di oro. Così, per un lungo periodo, dopo aver preso possesso della sua carica, si dedicò a un assiduo cambio di lingotti in monete e di monete in lingotti, seguendo un criterio che, in mancanza di dettagli precisi, apparse poco comprensibile ma che di fatto si rivelò il più delle volte estremamente redditizio. Animato da un’incrollabile fiducia nel prezioso metallo, l’accorto Nogara spese ventisei milioni e ottocentomila dollari nell’acquisto di oro dagli Stati Uniti al prezzo ufficiale di trentacinque dollari l’oncia più uno 0,25 per cento per spese di manifattura. Negli anni successivi corse voce che il Vaticano aveva ottenuto l’oro al prezzo speciale di trentaquattro dollari l’oncia, ma quando questa voce venne accreditata da una pubblicazione dell’ONU, il Dipartimento del Tesoro americano la smentì una volta per tutte nell’aprile del 1953, affermando che il Vaticano aveva fatto l’acquisto al prezzo corrente. In realtà una parte dell’oro, per il valore di cinque milioni di dollari, fu rivenduta agli Stati Uniti, per cui l’ammontare complessivo dell’operazione si ridusse a ventun milioni e ottocentomila dollari. L’oro del Vaticano, in forma di lingotti, è depositato presso la Banca Federale degli Stati Uniti. Una delle speculazioni favorite di Nogara comportava una serie di intricatissime manovre finanziarie che mettevano a prova l’elasticità dei conti vaticani nelle Banche svizzere. Non è facile spiegare il meccanismo di queste manovre, né comprenderlo di primo acchito. Comunque si trattava di questo: Nogara ordinava alla sua banca svizzera di depositare una certa somma di danaro a New York a nome della Banca stessa la quale poi, sempre su mandato di Nogara, chiedeva di fare un prestito in dollari a una Società italiana di proprietà del Vaticano. Questa Società, a cui il danaro apparteneva in prima istanza, addebitava a se stessa, sul conto svizzero, gl’interessi che doveva pagare in America. In tal modo Nogara poteva in tutta sicurezza (e segretezza) investire il danaro del Papa senza alcuna interferenza da parte delle autorità italiane, in un periodo in cui il governo imponeva severe limitazioni alla circolazione delle divise. Si può affermare senza esagerazione che Nogara, mosso senza dubbio da profonde motivazioni religiose, impiegò le sue magiche arti di finanziere in modo da diventare l’”arma segreta” del Vaticano. Dittatore dei fondi vaticani, non doveva render conto a nessuno, nemmeno al comitato dei cardinali che in teoria sovrintendevano al funzionamento dell’Amministrazione Speciale. Neanche Pio XI aveva una idea chiara delle operazioni di Nogara. Ma il Papa aveva fiducia in lui, una fiducia indiscutibilmente ben riposta. Quando nel 1939 salì al trono pontificio, col nome di Pio XII, il cardinale Eugenio Pacelli, la notoria diffidenza ch’egli nutriva nei confronti di Nogara fece nascere alcune chiacchiere sull’Amministrazione Speciale. Si mormorava, fra l’altro, che l’ingente somma incassata col Trattato del Laterano fosse praticamente svanita. Uno dei primi atti dell’amministrazione del nuovo papa fu di nominare una commissione privata d’inchiesta, composta di cardinali esperti nelle più complesse questioni di banca e di finanza internazionale. Fu fatta un’inchiesta approfondita. Contrariamente a quel che molti si erano compiaciuti di sospettare, Nogara aveva investito i fondi del Vaticano con oculata saggezza. Infatti il capitale iniziale si era moltiplicato tante volte che il Vaticano, alla vigilia della seconda guerra mondiale, si trovò a essere più ricco di quanto non fosse mai stato in precedenza. Dopo il risultato dell’inchiesta, Nogara divenne assolutamente intoccabile. Assai scarsa l’aneddotica su questa volpe della finanza, dal momento che egli riuscì ad avvolgere di mistero quasi tutte le proprie azioni, anche nei confronti dei superiori, che implicitamente gli davano fiducia. “Nogara”, disse una volta un’eminente personalità vaticana, “è un uomo che non parla mai con nessuno; al Papa stesso non dice gran che, e, suppongo, ancor meno a Dio. Però ad ascoltarlo se ne trae gran profitto.” Si può riferire, tuttavia, di un infortunio toccato a Nogara, infortunio che comportò un incidente col Governo britannico. Nel 1948 l’Organizzazione cattolica per gli aiuti alla Germania era stata rifornita di numerosi carichi di frumento che il Vaticano si era procurato in Argentina. Quando Nogara cercò di pagare il frumento con le sterline depositate in Inghilterra, incontrò l’opposizione della Whitehall che, in relazione al periodo di austerità attraversato dal Paese, aveva imposto le consuete restrizioni alla circolazione di liquido. Londra, irritata, intavolò trattative con la Santa Sede; Nogara dové piegare la testa e accettare di investire i depositi inglesi in buoni del tesoro. Ma per quest’uomo dalle mani d’oro anche l’apparente sconfitta si risolse in una vittoria. A lungo andare gl’investimenti in buoni del tesoro britannici si rivelarono molto redditizi. Comunque, questo compromesso resta negli annali come uno dei pochi casi in cui Nogara si vide forzare la mano. Ritiratosi nel 1956 per ragioni di salute, Nogara continuò a servire il Vaticano prodigando consigli, a titolo privato, ai suoi successori. Non c’è alcun dubbio ch’egli abbia assolto col massimo scrupolo i compiti affidatigli, come non c’è dubbio che abbia trasmesso non solo la propria esperienza ma anche un apparato finanziario ben oliato e perfettamente funzionante. La segretezza da cui la sua attività era stata circondata fece sì che la sua morte, avvenuta nel novembre del 1958, non avesse che scarsissimo rilievo sulla stampa. Eppure nessun’altra persona, neanche tra papi e cardinali, diede mai tanto slancio e robustezza alle finanze vaticane quanto Bernardino Nogara, l’uomo invisibile che, destinato a diventare architetto, era riuscito a costruire un impero finanziario. Forse è in un documento lasciato ai suoi successori, nel quale sono enumerati i punti fondamentali della sua strategia, che il ritratto dell’uomo appare meglio delineato. Ho avuto tra le mani questo “Credo di Nogara” e ne trascrivo gli otto punti:

 

  1. Ampliate le dimensioni della vostra società: in tal modo sarà più facile ottenere credito sui mercati dei capitali.
  2. Ampliate le dimensioni della vostra società: attrezzature efficienti consentono la riduzione dei costi industriali e la ripartizione delle spese generali.
  3. Ampliate le dimensioni della vostra società: in tal modo si economizzerà sui trasporti.
  4. Ampliate le dimensioni della vostra società: in tal modo potrete investire capitali nella ricerca scientifica e conseguire tangibili risultati finanziari.
  5. Ampliate le dimensioni della vostra società: così potrete organizzare e impiegare il personale nel modo più razionale.
  6. Ampliate le dimensioni della vostra società: in tal modo i controlli fiscali da parte del governo diventeranno difficili, a tutto vostro vantaggio.
  7. Ampliate le dimensioni della vostra società: bisogna offrire al cliente il prodotto tecnicamente migliore.
  8. Ampliate le dimensioni della vostra società: così saranno possibili ulteriori ampliamenti.

 

Ma se il nome di Bernardino Nogara è intoccabile, non tutti gli uomini di fiducia del Vaticano riuscirono a evitare disdicevoli compromissioni. Più o meno all’epoca in cui Nogara era alle prese con le difficoltà del frumento argentino, un’altra personalità vaticana si trovò al centro di uno scandalo che ebbe vaste ripercussioni. L’organismo coinvolto fu l’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede che era stata fondata nel 1878 con il compito di sovraintendere alla gestione della proprietà del Vaticano. Monsignor E.P. Cippico, un giovane prelato addetto agli archivi vaticani, si trovò coinvolto in una serie di operazioni finanziarie che dovevano portarlo alla rovina. Alla fine della guerra molti Paesi, tra cui l’Italia, attuavano notevoli restrizioni in materia di circolazione di capitali. Alcuni operatori economici italiani, desiderosi di trasferire del denaro in Svizzera e in altri Paesi, sia per investimenti che per acquisto di prodotti da importare, scoprirono che queste operazioni potevano essere fatte attraverso l’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, al riparo da ogni restrizione vigente in Italia. Monsignor Cippico, uomo dal temperamento gioviale che amava frequentare gli ambienti dell’alta società, e che aveva agganci personali con l’Amministrazione, servì da tramite fra questa e coloro che desideravano esportare i propri capitali. Inutile dire che egli divenne estremamente popolare. Tutto andò bene fino al momento in cui Cippico, uscendo dal proprio orticello, si arrischiò a partecipare alla produzione di un film su San Francesco d’Assisi. Per far fronte alle ingenti spese di produzione, Cippico cominciò ad estendere il cerchio delle sue discutibili operazioni. Ma la lavorazione del film non andò mai oltre le prime inquadrature. Intanto si accresceva il numero di coloro che, avendo affidato a Cippico i loro contanti per farli trasferire all’estero, non riuscivano a vedere alcun risultato da queste operazioni, e il terreno cominciò a franare sotto i piedi dell’intraprendente monsignore. Arrestato dalla gendarmeria pontificia, fu sottoposto ad un’inchiesta in Vaticano, riconosciuto colpevole, sospeso a divinis e incarcerato. In seguito fu giudicato anche da un tribunale italiano e condannato per truffa; dopo il processo di appello fu rimesso in libertà. Le persone che gli avevano affidato i propri averi promossero azione giudiziaria contro il Vaticano, e una per volta vennero tutte rimborsate. Da quando ha ricevuto questa dura lezione dal mondo degli affari, il Vaticano è diventato fin troppo prudente nella scelta delle persone a cui affidare responsabilità finanziarie. L’uomo scelto da Papa Paolo (nel gennaio 1968) per sovraintendere alla Prefettura degli affari economici, di nuova creazione, fu il cardinale Egidio Vagnozzi, già rappresentante del Papa a Washington per nove anni. Vagnozzi, ultrasessantenne, sostituì il cardinale Angelo dell’Acqua, che era stato posto a capo del “ministero delle finanze” non più di quattro mesi prima.

 

Il Cardinale Egidio Vagnozzi

 

I due “vice” di Vagnozzi al nuovo “ministero delle finanze” incaricato di preparare il bilancio annuale del Vaticano sono entrambi settantenni: il cardinale Joseph Beran, arcivescovo di Praga, tenuto per sedici anni in carcere dal governo comunista del suo Paese, e il cardinale Cesare Zerba, un teologo italiano che per ventisei anni è stato prima vicesegretario e poi segretario della Congregazione dei Sacramenti. Ordinato sacerdote nel 1928 a soli ventitré anni, grazie a una speciale dispensa papale, Vagnozzi ha svolto all’estero la maggior parte della sua carriera. Quattro anni dopo l’ordinazione fu inviato negli Stati Uniti per lavorare nell’ufficio di Washington della Delegazione Apostolica. Si disse poi che il viaggio che lo portò in America era destinato ad avere una significativa influenza sulla sua carriera, poiché sulla sua stessa nave viaggiava l’allora monsignor Francis Spellman cui era stata assegnata la diocesi di Boston. Il legame di amicizia e di reciproco rispetto fra i due uomini rimase inalterato fino alla morte di Spellman. Vagnozzi rimase negli Stati Uniti per dieci anni prima di essere trasferito in Portogallo, sempre con la qualifica di consigliere aggiunto nell’ufficio della Nunziatura. Da Lisbona passò a Parigi, dove entrò in confidenza col Nunzio Angelo Roncalli (il futuro Giovanni XXIII) e nel 1948 ebbe l’incarico di condurre in India trattative confidenziali per lo scambio di ambasciatori fra il governo di Nuova Delhi e la Santa Sede. Un anno dopo fu inviato come Delegato apostolico nelle Filippine. Grazie alla sua opera, nel 1951 furono allacciate relazioni diplomatiche con la Repubblica delle Filippine, e quindi egli rimase come primo Nunzio pontificio fino al 1958, quando Giovanni XXIII pensò di mandarlo nuovamente negli Stati Uniti per assumere l’incarico di Delegato Apostolico lasciato vacante dal cardinale Amleto Cicognani diventato Segretario di Stato. A differenza della maggior parte dei suoi predecessori a Washington, Vagnozzi, diventato ormai un appassionato studioso della cultura yankee e ammiratore del comportamento americano, compì numerosi viaggi in tutti i cinquanta Stati, concludendo i suoi nove anni di servizio con una visita in Alaska dove portò benedizioni, danaro e aiuti materiali da Papa Paolo alle vittime delle alluvioni del 1964 in Anchorage, Kodiak e Seward. Benché sia laureato in filosofia e in teologia, il cardinal Vagnozzi è un appassionato studioso dell’economia americana. Con l’aiuto del cardinale Spellman si è costantemente tenuto aggiornato sul mondo degli affari e della finanza degli Stati Uniti. Non senza ragione, perciò, è opinione corrente che nell’ambito vaticano non esista, riguardo all’andamento degli affari americani, persona fornita di più solida e incisiva preparazione del nuovo “ministro delle finanze” del Papa. A parte il trio cardinalizio che sovrintende alle ricchezze vaticane, la Chiesa deve anche contare sui suoi uomini di fiducia, che pur essendo laici si occupano degl’interessi del Vaticano. La cerchia dei laici che godono della confidenza del papa è necessariamente ristretta, limitandosi a quei pochi eletti che solitamente rappresentano gli affari vaticani al di là delle Mura. Vediamo di conoscere alcuni di questi uomini e in che modo s’inseriscono nell’ordine delle cose. Una delle chiavi per sapere se il Vaticano si è introdotto in una determinata Società è fornita dalla lista dei componenti del consiglio di amministrazione. L’interesse della Chiesa nei complessi industriali o Società finanziarie è rivelato dalla presenza, in una o altra carica, di uomini che sono notoriamente agenti del Vaticano. “Agenti” non è forse la parola più simpatica per definire gli appartenenti alla ristretta cerchia “laica” del Vaticano, ma è la più adatta a qualificarli. Quando un nome “vaticano” appare nel consiglio di amministrazione, per esempio, di un’impresa che gestisce un servizio pubblico, si può essere certi che il Vaticano ha una cointeressenza, grande o piccola, in quell’impresa. E spesso è dal prestigio del nome dell’”agente” che si può ricavare una prima indicazione sull’entità degl’interessi del Vaticano. Per esempio, in nome del Enrico Galeazzi apparve in molti consigli di amministrazione fino al momento in cui, nel 1968, egli non rassegnò le dimissioni dalla carica di delegato speciale della Pontificia Commissione dello Stato della Città del Vaticano, nonché da quelle di direttore generale dei servizi tecnici e direttore generale dei servizi economici.

 

 

 

 

Il Conte Galeazzi con il Papa Pio XII

 

 

 

La sua presenza indicava regolarmente che egli era in quel consiglio di amministrazione per servire gl’interessi vaticani. Il conte Galeazzi continuò tuttavia a lavorare per il Vaticano in qualità di architetto dei Sacri Palazzi Apostolici e di membro della Commissione per la conservazione dei monumenti storici e artistici della Santa Sede. Nel marzo del 1968 il Galeazzi divenne direttore generale della Società Generale Immobiliare, l’impresa edilizia controllata dalla Santa Sede (di cui si parlerà nel cap. VII), dopo esserne stato vice presidente a partire dal 1952. Al momento in cui scriviamo il suo nome figura ancora nei consigli di amministrazione di alcune altre società italiane. Galeazzi era intimo amico del cardinale Spellman: la sua invidiabile carriera vaticana fu dovuta in gran parte al defunto arcivescovo di New York, che lo aveva conosciuto quando risiedeva a Roma. Fu attraverso Spellman, che lo aveva designato come rappresentante a Roma dei Cavalieri di Colombo, che Galeazzi conobbe Papa Pio quando questi era ancora il cardinal Pacelli Segretario di Stato. Ingegnere di professione, Galeazzi diventò amico fidato di Pacelli, e i due parteciparono insieme a numerose missioni per conto del Vaticano: a Buenos Aires nel 1934, a Lourdes nel ’35, a Parigi e a Budapest alcuni anni dopo, a New York e Washington poco prima che Pacelli scendesse al soglio pontificio. Sotto Pio XII Galeazzi divenne Governatore reggente della Città del Vaticano e conservò la carica fini agl’inizi del 1968. Papa Pio gli affidò anche gli incarichi di Direttore generale dei servizi economici e di Intendente della Fabbrica di San Pietro, il che lo rese responsabile della conservazione delle proprietà della Chiesa. Grazie alla sua eccellente conoscenza dell’inglese, fu spesso pregato da Spellman d’intrattenere gli uomini d’affari americani, suoi amici, che venivano a Roma: fra gli altri Joseph Kennedy di Boston, padre del defunto presidente degli Stati Uniti. Essendo in stretto contatto con il papa, poté spesso fissare gli appuntamenti per Spellman: poiché questi veniva almeno tre volte l’anno a Roma, e ogni volta aveva un’udienza privata col papa (spesso era invitato per il tè, onore estremamente raro), vi è da supporre che l’amicizia tra Spellman e Galeazzi non sia stata priva di influenza sulla storia del Vaticano di questo dopoguerra. Taluni ammiratori della perfetta autorevolezza del conte Galeazzi solevano irriverentemente definirlo “il solo papa laico nella storia del Vaticano”. Che il suo nome sia quindi profondamente connesso con gli interessi vaticani in Italia non è dunque cosa che desti sorpresa. Come non sorprende che quello di Pacelli sia un altro “nome” vaticano. Se uno dei tre principi Pacelli, tutti parenti di Pio XII, compare nello staff direttoriale di una determinata società, si è autorizzati a pensare che il Vaticano vi ha una sua partecipazione non piccola. A cominciare dalla Società Generale Immobiliare, della quale il conte Galeazzi è attualmente Presidente e membro del consiglio di amministrazione, il nome del principe Carlo Pacelli appare legato a un numero di Società almeno pari a quello in cui figura il nome di Galeazzi. Il principe Giulio Pacelli è nello staff dell’Italgas (Società che ha in concessione la fornitura del gas a trentasei città italiane), mentre il principe Marcantonio Pacelli è nel consiglio di amministrazione non solo dell’Immobiliare ma anche, e in posizioni di rilievo, di numerose altre imprese. Altri nomi vaticani, influenti in maggiore o minor misura negli affari pontifici, sono quelli di Luigi Gedda (ex presidente dell’Azione Cattolica), del conte Paolo Glumensthil (cameriere segreto di cappa e spada), Carlo Pesenti (Presidente dell’Italcementi e dirigente del nuovo gruppo bancario vaticano chiamato Istituto Bancario Italiano), Antonio Rinaldi (vice segretario della Camera Apostolica e presidente di una Società finanziaria privata, l’Istituto Centrale Finanziario), Luigi Mennini (titolare di sei importanti incarichi vaticani), Massimo Spada (avvocato e già segretario amministrativo dell’Istituto per le Opere di religione, ora soppresso.) Sull’efficienza dell’amministrazione vaticana fu condotto anni fa una accurato studio ad opera dell’American Management Audit, un istituto specializzato nell’analisi della conduzione di molte imprese d’affari in tutto il mondo. Il Vaticano fu classificato in modo straordinariamente lusinghiero, ottenendo un punteggio di “categoria A”: 650 punti (su un massimo di 700) per l’efficienza operativa, 2000 su 2100 per l’efficienza direttiva, 700 su 800 per l’efficienza della politica fiscale. Una quotazione eccezionale, se paragonata a quella di altri complessi finanziari. Il Management Audit osservava che il Vaticano era in grado di dar dei punti a molte altre Società, soprattutto per l’accortezza nell’evitare l’errore di mostrare “eccessivo zelo una volta raggiunta una posizione d’influenza”. Invero la capacità del Vaticano di amministrare i propri affari può essere assunta a modello. E probabilmente ciò è dovuto alla perdurante influenza di Nogara, la cui ombra, a più di dieci anni dalla sua morte, continua a proiettarsi sul trust dei cervelli dell’attuale successore di Pietro. In una conferenza stampa tenuta poco prima di morire, il cardinal Tardini smentì i rapporti circolanti sull’estensione del patrimonio del Vaticano e affermò (come abbiamo già riportato in questo capitolo) che le dicerie sulle ricchezze vaticane erano esagerate. Tardini, ben noto alla cittadinanza romana come “il prete senza peli sulla lingua”, confidò ai giornalisti raccolti intorno a lui che a suo parere la politica di Nogara, di investire in Italia piuttosto che in altri Paesi la maggior parte dell’indennizzo ricevuto col Trattato del Laterano, era stato un errore. “Noi pensavamo di aiutare l’Italia”, dichiarò Sua Eminenza, “e invece siamo sempre stati accusati di voler mettere le mani sul mondo finanziario italiano”.