Le due velocità delle energie rinnovabili – Giornalettismo

18 Marzo 2014 0 Di ammiano marcellino

Le due velocità delle energie rinnovabili – Giornalettismo.

di 18/03/2014 – Mentre In Italia si è assistito nel 2013 ad un crollo degli investimenti nel settore delle rinnovabili pari al 70 per cento con una perdita di 11 miliardi di dollari a Bruxelles si pensa già al 2030 con una nuova quota di energia da fonti rinnovabili che raggiungerà il 27 per cento superando la soglia del 20 prevista per il 2020

In Italia le energie rinnovabili arrancano. In Europa crescono. Sono questi i dati che emergono dalle prime analisi del 2014 che dimostrano come le fonti di energia verde nel nostro Paese siano state mortificate da un crollo verticale degli investimenti che rischia di disperdere quanto di buono è stato creato negli anni precedenti.

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L’ANALISI DI BLOOMBERG – Secondo un’analisi condotta da Bloomberg che nel suo rapporto «New energy finance» ha stabilito che in Italia nell’ultimo anno c’è stato un crollo verticale degli investimenti nel settore delle energie rinnovabili, con un calo stimato del 70 per cento rispetto al 2012. E parlando di cifre, si è passati dai 15 miliardi del 2012 ai 4 miliardi del 2013, per una percentuale di energia verde prodotta pari al 13 per cento. E parlando di nuova potenza annua installata, si è passati nel fotovoltaico da 3,6 Gw a 1,1 Gw, con un calo del 70 per cento, nell’eolico si è andati da 1,2 Gw a 0,4 Gw, con un -65 per cento mentre nel mini-hydro si ha avuto un calo del 55 per cento da 150 Mw a 70. Un dato se vogliamo in contro-tendenza rispetto a quanto stabilito da Terna che lo scorso 10 marzo ha reso noti i consumi nel mese di febbraio.

LA CRESCITA NEI CONSUMI A FEBBRAIO – Per quanto riguarda la produzione di energia verde, il geotermico ha registrato una crescita dell’11,3 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre il fotovoltaico è rimasto pressoché stabile con una crescita dello 0,2 per cento. Ma certo il risultato denunciato da Bloomberg stride con la realtà dei fatti. In Italia ci sarebbe spazio per le energie rinnovabili che ridurrebbero la dipendenza del nostro Paese dalla potenza estera ma questo non accade. Colpa del taglio agli incentivi anche in modalità retroattiva, il ritardo dell’emanazione di decreti sul tema, l’introduzione di nuove complicanze burocratiche. La sensazione chiara è che se non si agisce in tempi rapidi per un rilancio del settore, questo rischia di scomparire portando con sé gli investimenti messi in campo negli anni passati.

GLI OBIETTIVI DI DESTINAZIONE ITALIA – La Camera dei Deputati, in occasione dell’approvazione del pacchetto Destinazione Italia, ha spiegato che per superare gli obiettivi di produzione europea incentivando la ripresa economica è necessario contenere la spesa in bolletta allineando il livello degli incentivi ai valori europei investendo sullo sviluppo dell’energia rinnovabile termica. Il settore delle rinnovabili, in Italia, è gravato dall’incentivazione, la più alta in Europa, con un impatto sulla bolletta del 20 per cento, imposte escluse. Con il provvedimento Destinazione Italia si è quindi deciso di chiedere agli imprenditori se volevano proseguire con le politiche d’incentivazione esistenti o se volevano cambiare marcia.

GLI INCENTIVI – In questo caso avrebbero ottenuto un incentivo ridotto a fronte di una proroga del periodo d’incentivazione per un massimo di sette anni, con l’obiettivo di ridurre il peso della componente A3 sulle bollette future e senza effetti retroattivi. E per quanto riguarda le rinnovabili elettriche, continua la Camera dei deputati, l’obiettivo è quello di sviluppare il settore fino ad un massimo del 38 per cento dei consumi al 2020, con un obiettivo annuo di 11 Mtep. E per arrivare a quest’obiettivo da raggiungere in sei anni vengono messi a disposizione fino a 12,5 miliardi di euro in base a criteri di priorità che favoriscano l’efficienza, l’innovazione tecnologia, un minore impatto ambientale e la filiera industriale nazionale.

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SERVE UNA RIPARTENZA – L’Italia sembra abbia molta fiducia nel futuro. A dimostrarlo le conclusioni, riprese da Repubblica, del «Renewable Energy Summit» secondo cui si può ripartire dopo due anni difficili grazie ad una razionalizzazione del settore, sopratutto normativa, visto che gli investitori non se la sentono di rischiare nel nostro Paese a causa di leggi improvvise che possono avere anche un valore retroattivo. E tale mancanza di fiducia è stata certificata da Ernst&Young che nella sua classifica dei Paesi più attraenti dal punto di vista dell’energia sostenibile ha piazzato l’Italia all’undicesimo posto, risultato migliore dello scorso anno in cui era scesa al 12esimo ma ben peggiore di quanto stabilito nel 2011, con l’Italia che era tra i cinque Paesi al mondo del settore.

I PROVVEDIMENTI PER LE PMI – Appare evidente che il settore in Italia per continuare a muoversi sulle proprie gambe deve rinunciare ai sussidi dello Stato ed andare avanti dimostrando tutta la sua forza. E va sicuramente letto in questo senso il provvedimento Destinazione Italia. Nello specifico Pmi.it ci spiega che la nuova filosofia d’incentivi dovrebbe portare ad un risparmio di 700 milioni che si traducono in un risparmio in bolletta. Un risparmio ulteriore di 150 milioni  arriverà dal ritiro dedicato, ovvero dall’energia venduta al Gse dai piccoli impianti. Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, invece, vengono previsti mutui agevolati del 75 per cento a tasso zero per l’avvio di nuove imprese di piccole dimensioni a prevalente o totale partecipazione giovanile, con un’età massima di 35 anni, o femminile, per una spesa massima di 1,5 milioni.

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LE COMPENSAZIONI CON EQUITALIA – Previsto inoltre un credito d’imposta pari al 50 per cento della spesa fino a 2,5 milioni di euro per ogni impresa, con un plafond di 600 milioni a valore sui Fondi strutturali europei per il triennio 2014-2016. Viene inoltre creato un voucher Pmi per un valore massimo di 10.000 euro per l’acquisto di software, hardware, servizi per l’impresa, e-Commerce, Banda Larga e Formazione ICT oltre a 22,5 milioni destinati al fondo per la promozione degli scambi e l’internazionalizzazione delle imprese, con semplificazioni per attirare in Italia start up innovative ed una sezione del tribunale per le società con sede all’estero. Infine viene prevista una compensazione tra crediti e debiti con la Pubblica amministrazione sia attraverso le cartelle Equitalia sia attraverso cartolarizzazioni e garanzie sui mini Bond. Infine, non per ultimo, è stato eliminato l’obbligo d’immatricolazione per i carrelli elevatori destinati a brevi spostamenti.

I SUGGERIMENTI A MATTEO RENZI – Il settore quindi sembra abbia goduto di notevoli novità. Ma a quanto pare tutto questo non basta. Greenreport riprende le parole del Consiglio Nazionale della Green Economy che ha indicato a Matteo Renzi quelle che sono le tre priorità necessarie per lo sviluppo del settore. Si rende necessaria la semplificazione burocratica per gli impianti di produzione di energia rinnovabile secondo criteri di trasparenza e certezza dei tempi. Risulta poi importante definire una politica di sviluppo degli investimenti per le rinnovabili che preveda nuove forme di fiscalità «finalizzate a orientare il mercato verso modi di consumo e produzione sostenibili, e a rivedere la disciplina delle accise sui prodotti energetici e sull’energia elettrica, anche in funzione del contenuto di carbonio».

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E L’EUROPA SI MUOVE – Per ultimo viene chiesto al governo d’impegnarsi nell’ambito di un nuovo quadro strategico europeo con orizzonte 2030. Tuttavia appare evidente che la situazione italiana, così ingarbugliata, abbia portato inevitabilmente ad un crollo verticale degli investimenti nel nostro Paese. Si perché in Europa, nonostante le difficoltà, il settore delle rinnovabili tiene ancora più che egregiamente. La Stampa ci spiega che il quattro marzo scorso, nel corso del Consiglio Energia dell’Ue, i ministri competenti dei 28 stati membri hanno appoggiato in linea di massima la proposta della Commissione di tagliare entro il 2030 le emissioni di gas a effetto serra del 40 per cento rispetto ai livelli del 1990.

UN RISPARMIO DI 450 MILIARDI? – La Commissione ha poi proposto di portare sempre entro il 2030 la quota di energia da fonti rinnovabili nel consumo complessivo dell’Unione al 27 per cento, senza tuttavia declinare l’obiettivo a livello nazionale. Un livello quest’ultimo insoddisfacente, almeno per la Ewea, la lobby della produzione di energia eolica a Bruxelles. Secondo quanto riportato dall’Ansa il target del 27 per cento porterà ad un risparmio di 190 miliardi di euro. Se si volesse aumentare la soglia di un altro 3 per cento, per arrivare al 30, si avrebbe un risparmio di 450 miliardi di euro in importazioni di carburanti fossili. Nel 2010 le rinnovabili hanno permesso di risparmiare 30 miliardi in importazioni di carburanti fossili coprendo i costi delle politiche di sostegno, pari a 26 miliardi.

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LE MANCATE IMPORTAZIONI COMPENSANO GLI INCENTIVI – L’Ewea ha immaginato due scenari per evidenziare l’andamento dei prezzi e lo sviluppo del mercato. Nel primo si valuta l’incremento nell’uso delle rinnovabili ed il conseguente abbassamento dei prezzi dei prodotti fossili mentre nel secondo si analizza l’aumento dei carburanti fossili e la mancanza di politiche energetiche. Nel primo scenario l’impiego dell’eolico porterebbe ad un risparmio di 22 miliardi nel 2020 e di 51 nel 2030, quest’ultimo valore pari al 96 per cento del costo delle importazioni. Nel secondo caso il risparmio sarebbe di 27 miliardi nel 2020 e di 47 nel 2030, quest’ultimo dato pari al 49 per cento del costo totale per i carburanti fossili importati.

IL PASSO DEL GAMBERO – Secondo un analisi condotta da Eurostat in Europa nel 2012 l’energia proveniente da fonti rinnovabili era pari al 14,1 per cento rispetto a quella consumata nell’Unione. Al momento sono tre i Paesi che già ora soddisfano gli obiettivi del piano 20-20-20, che prevede come entro sei anni l’Ue riduca le emissioni di gas serra del 20 per cento, che aumenti del 20 per cento l’efficienza energetica e che porti la quota complessiva di energia da rinnovabili al 20 per cento, sulla base di obiettivi nazionali differenziati che prendono in considerazione i diversi punti di partenza degli Stati membri. Parliamo della Svezia, che soddisfa il 51 per cento del suo fabbisogno con un obiettivo del 49 per cento, l’Estonia con il 24,2 per cento con un obiettivo di 25 e la Bulgaria, con un 16,3 per cento a fronte di un obiettivo del 16. L’Italia? Ha un obiettivo del 20 per cento e nel 2012 si trovava al 13. Ora gli investimenti sono crollati e sembra che si viva di rendita. E mentre a Bruxelles si pensa già al 2030, il nostro Paese è costretto a guardarsi alle spalle chiedendosi cosa non abbia funzionato nello sviluppo di un settore che ci vedeva tra i protagonisti e che ora ci porta ad arrancare. l’Italia che era tra i cinque Paesi al mondo per settore.