«Lost in Crimea», diario di viaggiodei dieci giorni che hanno cambiatola geografia (e la storia) d’Europa – Il Sole 24 ORE

22 Marzo 2014 0 Di macwalt

ilsole24ore.com – «Lost in Crimea», diario di viaggio dei dieci giorni che hanno cambiato la geografia (e la storia) d’Europa – Dall’inviato

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SIMFEROPOLI – Uscendo di casa, al 4 della Samokisha, dico a Dima che mi piacerebbe ritornare a Simferopoli, tra qualche mese, per vedere come andranno le cose. E lui mi guarda come se avessi detto una grandissima stupidaggine. «Come vuoi che vada – sbotta stupito che non ci sia arrivata da sola – ora che siamo con la Russia “vsio shikarno budet”, andrà tutto a meraviglia».

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Ci crede sinceramente. Nei nostri dieci giorni in Crimea, mentre ci accompagnava su e giù per la penisola, Dima non ha fatto che elencarci, dandolo per scontato, tutto ciò che i russi di qui si aspettano da Mosca. Investimenti e lavoro, stipendi più alti e prezzi più bassi, una vita migliore scandita dai rintocchi della torre Spasskaja, che detta il tempo dal Cremlino. Si va due ore avanti, Dima è entusiasta: è talmente in sintonia con quelli di lassù che si sveglia regolarmente alle sei. «Non mi sono mai abituato all’ora di qui», assicura.

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Eppure lui qui c’è nato, ma il suo mondo è un altro. Per provare a comprendere la sua nostalgia basta chiedergli di raccontare i giorni del servizio militare a Sebastopoli, marinaio nella Flotta del Mar Nero. Indica la baia a Nord del porto, i depositi di scarti arrugginiti, e attacca: «Era la fine degli anni 80, c’era ancora l’Urss. Qui stavano i sottomarini, là le navi. L’Ucraina si è venduta tutto».

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È gelida di vento Sebastopoli, bella di sole e di storia. Giù da una scaletta slabbrata, sopra la baia, il cortile del Museo della Flotta del Mar Nero nasconde missili e cannoni inglesi e russi tra gli albicocchi che stanno fiorendo. Stasera si farà festa, il sindaco Aleksej Chaliy è volato a Mosca perché sono due i soggetti che la Russia accoglie nella Federazione, la Repubblica di Crimea e Sebastopoli, «città-leggenda» la chiama Vladimir Putin. Sulla via Lenin, un gruppetto di personaggi si materializza all’improvviso come il diavolo di Bulgakov agli Stagni del Patriarca: un biondino avvolto nella bandiera sovietica, un’aspirante poetessa che declama versi inneggianti a questa primavera russa, un collega cinese, abbracciato a turno dai passanti al grido di «compagno!». E Valentina, che non fa che piangere di commozione, e mi strappa il quadernino dalle mani per scriverci sopra tre numeri di telefono: «Devi tornare assolutamente a trovarci, festeggeremo». Trentasei anni fa è venuta qui da Kursk per sposare un marinaio: «Non puoi immaginare cosa significa oggi per noi, noi siamo russi!». Per un istante mi è sembrato di essermi ritrovata a Mosca, la mia prima volta, estate 1987. Quasi quasi mi mettevo a cercare sulla Lenin i distributori di kvas, bicchieri di vetro e succo giallognolo a ogni angolo di strada, allora.

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