Torino: La legge NON è uguale per tutti. Condannati 27 antirazzisti, nessuna archiviazione per “tenuità del fatto”. – Osservatorio sulla Repressione

14 Aprile 2015 0 Di luna_rossa

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Una storia sempre particolare quella dei processi al tribunale di Torino, come quello di ieri contro 54 tra “autonomi e anarchici” per episodi diversi che risalgono al 2008-2009, manifestazioni contro le politiche sull’immigrazione, iniziative portate avanti da una variegata assemblea antirazzista. E’ finita con “27 condanne a pene comprese fra i cinque mesi di reclusione e i 600 euro di multa. Per gli altri il giudice Antonio De Marchi ha sancito l’assoluzione o il proscioglimento per prescrizione.” Questo riporta l’articolo di Repubblica, che nel titolo lo definisce come “processo ai NO TAV”.

Su Anarres-info troviamo la notizia più completa: “la Procura aveva chiesto un totale di 27 anni di reclusione, ha ottenuto 20 mesi di reclusione e 27.250 euro di multa, solo cinque attivisti hanno subito condanne variabili tra i tre e cinque mesi. Alcune accuse minori sono cadute per prescrizione, altre sono state considerate prive di fondamento”.

Sono rimasti in piedi alcuni dei tanti episodi citati dall’inchiesta per “associazione a delinquere” aperta nel 2010 dalla Procura di Torino e continuata nonostante la Cassazione avesse smontato il reato associativo. Detta così sembra si sia trattato di qualcosa di molto grave, perché altrimenti non si spiega come mai la legge entrata in vigore proprio un paio di settimane fa sui reati lievi, qui non sia stata applicata!

Reati lievi: la norma che permette ai giudici di non fare i piccoli processi.

Descritta molto bene in un articolo su LA STAMPA del 2 aprile di quest’anno (ma evidentemente la procura di Torino non legge le pagine di Genova, neanche se sono su web) questa novità introduce la possibilità , per i reati gravi in astratto ma che non hanno comportato gravi conseguenze, di utilizzare proprio la “tenuità del fatto” per concludere subito, senza neanche celebrare il processo, con un’archiviazione. 
Un provvedimento che ha ottenuto il plauso dei magistrati, perché proprio il giudice diventa il “dominus della decisione” (e per qualcuno è una discrezionalità persino eccessiva). Certo, a ben guardare l’elenco dei reati finiti nel novero di quelli puniti fino a cinque anni ce ne sono alcuni la cui archiviazione non farebbe gioire chi magari ne ha subito il danno, si pensi alle discariche non autorizzate, al traffico di rifiuti, agli scarichi industriali abusivi o le omissioni nella sicurezza del lavoro…

Questa depenalizzazione che avrebbe potuto quindi essere utilizzata per favorire questo o quel furbetto è stata poi modificata, ed ha quindi escluso dal beneficio alcuni reati, come quelli che provocano morte o lesioni, quelli crudeli, per motivi abietti, quelli contro i più deboli e incapaci di difendersi. Tutto molto vago, sulla carta, quel tanto che basta. Infatti è nella realtà che siamo in grado di capire quali “imputati” verranno favoriti, e quali no, da questa nuova “discrezionalità” in mano alla magistratura.

Ecco, ci stiamo avvicinando al caso, anzi ai due episodi che spinsero i manifestanti a quelle contestazioni ieri condannate, ben descritti su Anarres-info:
“La contestazione di fronte alla villetta del colonnello e medico Antonio Baldacci, che era responsabile della gestione del CIE per conto della Croce Rossa, il 24 maggio 2008, quando Fathi Nejl, un immigrato tunisino senza documenti, morì, dopo una notte di agonia in cui i suoi compagni chiesero invano che venisse ricoverato in ospedale. Non venne eseguita nessuna autopsia.
Non sappiamo di cosa sia morto Fatih. Sappiamo però che in una struttura detentiva gestita dalla Croce Rossa nessuno lo ha assistito, nessuno gli ha garantito alcuna cura.
Nei giorni successivi Baldacci dichiarò alla stampa che “gli immigrati mentono, mentono sempre”.
Baldacci ha chiuso la sua carriera e la sua vita, senza che nessuno gli chiedesse conto di quella morte. Gli unici a farlo sono stati condannati per lo slogan, “Baldacci uomo di merda” e per il passaggio del volantino “cinico profittatore dell’affare umanitario”. Va tuttavia rilevato che lo slogan “Baldacci assassino” non è stato considerato lesivo della reputazione del colonnello.
TOSHIBA Exif JPEGL’altro episodio, per il quale sono scattate quattro delle cinque condanne detentive, è la contestazione in un parco cittadino dell’assessore Curti.
Era il luglio del 2008. A Torino in via Germagnano, tra le baracche dei rom i bambini giocavano nel fango e tra i topi. L’alluvione di primavera per poco non si era mangiata tende e lamiere. Alcune famiglie, stanche di una miseria che aveva segnato ogni momento delle loro vite, decisero di prendersi la loro parte di futuro, occupando una palazzina dell’Enel in via Pisa. La casa era abbandonata all’incuria da molti anni. Ad un balcone c’era lo striscione con la scritta “casa per tutti!”
Uomini donne e bambini hanno dormito sotto ad un tetto sino al 15 luglio: per alcuni era la prima volta.
La mattina di quel giorno le truppe dello Stato in tenuta antisommossa fecero irruzione nell’edificio: i bambini, spaventati, si svegliarono urlando. Fuori li aspettava un pullman della GTT che li ha riportati alle baracche di via Germagnano.
Due giorni dopo, era il 17 luglio, in piazza d’Armi, nell’ambito del festival ARCIpelago era prevista una tavola rotonda. Politici e professori dovevano parlare di “Paure metropolitane”: tra loro Ilda Curti, assessore con la delega all’integrazione degli immigrati.
Non potevano mancare gli antirazzisti. Armati di striscione, volantini e megafono hanno parlato a Curti delle paure di chi, giorno dopo giorno, vive ai margini di una città che spende per giochi e spettacoli ma permette che i bambini crescano senza una casa.
Curti non tollerò la contestazione, diede in escandescenze ed abbandonò il palco.
Il giorno dopo filò dalla polizia e sporse denuncia.
La casa di via Pisa è rimasta vuota sino allo scorso anno, quando è divenuta sede di una prestigiosa scuola di design. I bambini di via Pisa sono cresciuti tra il fango e i topi.
Oltre sei anni dopo Ilda Curti è ancora assessore, il comune di Torino continua la politica degli sgomberi, cinque milioni di euro sono stati spesi da una cordata di associazioni e cooperative per dare a 250 immigrati rumeni rom un tetto in social housing temporaneo. Agli altri 1200 uomini, donne e bambini di lungo Stura Lazio sono state offerte ruspe, fogli di via e deportazioni in Romania. A fianco di chi viene gettato in strada, rastrellato, perquisito, c’è ancora chi vuole un mondo senza frontiere, senza classi, senza stati, senza razzismo.”

Pm Padalino non applica archiviazione per reati lievi, “Quelle regole non valgono per chi  è coinvolto in altri procedimenti”.

La norma si applica nel caso in cui l’imputato non abbia commesso in precedenza reati simili e, a rigor di logica (e di diritto) a decidere la colpevolezza o meno di un imputato dovrebbe essere non la procura, che formula l’accusa su indagini delle forze dell’ordine (nel nostro caso sicuramente della Digos) ma il giudice che, eventualmente, ne porta a termine il processo, passaggio teoricamente rilevante per stabilire la colpevolezza o meno di un individuo, ma non a TORINO.
Nel caso di ieri, infatti (e forse non è l’unico) il PM Padalino ha chieso che la particolare tenuità del fatto venisse riconosciuta solo a due imputati su 27. “Per ora – ha spiegato in udienza – la Procura ritiene che in determinate circostanze la norma non si debba applicare. E’ il caso, per esempio, degli imputati coinvolti in un altro procedimento per un reato della stessa indole: non serve nemmeno che abbiano già subito una condanna, basta il ‘carico pendente’ per dimostrare che si tratta di una condotta abituale”.

Chiaro? La legge è uguale quasi per tutti. Dipende, infatti, da cosa la procura “ritiene”, il che si basa evidentemente più su ciò che sei o rappresnenti che su cosa hai realmente commesso (e qui si parla di anarchici, il boccone preferito delle procure). Inutili le proteste degli avvocati, tanto più che la procura ha richiesto e, in perfetta sintonia,  il  giudice si è limitato a fare il dominus con i pochi tasselli a disposizione: ridurre le pene rispetto alla richiesta iniziale, ma colpire duramente con multe salate.

Tutto chiaro, dunque. Una nuova legge che permette di archiviare reati di lieve entità non viene applicata quando potrebbe favorire uomini e donne che da tempo segnalano, evidenziano e contrastano drammatiche ingiustizie perpetrate quotidianamente contro le fasce più deboli, i migranti, gli ultimi. Anziché preoccuparsi di creare un mondo più giusto, insomma, si commette l’ennesima evidente ingiustizia, l’ennesimo abuso a danno di chi, a ben guardare, ha tutte le ragioni di fare ciò che ha fatto, semmai non si spiega l’indifferenza così diffusa verso i CIE, i nuovi lager, ancor più evidente in questi giorni di ipocrita celebrazione della “liberazione”.
Ma se anche un giorno a qualcuno sorgesse il dubbio che di abuso si tratta, state pur certi che questo approfitterebbe del vantaggio offerto dalla tenuità del fatto, perché tra i reati compresi in questa legge casualmente, rientrano l’abuso di ufficio e l’arresto illegale. Sono geniali, diciamolo.

22 aprile, sentenza per secondo troncone processo all’assemblea antirazzista

Mercoledì 22 aprile il tribunale di Torino emetterà la sentenza per l’altro processo all’assemblea antirazzista. Qui si giocherà la partita più dura: Padalino ha chiesto 80 anni di reclusione, con pene variabili dall’anno e mezzo ai cinque anni e mezzo.
Appuntamento alle 9 in maxi aula 3.

Simonetta Zandiri – TGMaddalena.it

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