Fuga dei depositi – [email protected]

14 Gennaio 2016 0 Di luna_rossa

bankitalia

Da settimane girano dati allarmanti sulla fuga dei depositi (che nessuno conferma) dopo il decreto salva banche che ha bruciato 2,6miliardi di risparmi in mano ad azionisti e obbligazionisti subordinati. di Carlo Di Foggia – il Fatto
****
Indizi o segnali inquietanti. Ieri, la Banca d’Italia, nel consueto bollettino mensile (relativo a novembre) ha snocciolato dati interessanti: i prestiti al consumo crescono; i mutui erogati restano al palo; le sofferenze bancarie – cioè i finanziamenti che faticano a tornare indietro – continuano a salire etc.

Il dato più delicato è però il calo della raccolta bancaria: a novembre, dopo oltre un anno di crescita continua, sono fuorusciti dai conti correnti 11 miliardi. I depositi sono calati in un mese del 6,1%. Numeri da prendere con le pinze, spiega chi monitora il mercato, visto che al 30 del mese si paga l’ anticipo Ires e le aziende attingono alla liquidità in banca.

Come segnala l’ economista Mario Seminerio su Phastidio.net pur se probabilmente casuale (le pubbliche amministrazioni hanno ritirato 7 miliardi) il calo è notevole, tanto da impattare su tutti gli indicatori della massa monetaria e di attività finanziarie in circolazione. Se a dicembre non c’ è stato un rimbalzo, il problema è bello grosso.

La cornice di questo scenario sono i patemi d’ animo del settore bancario. Da settimane girano dati allarmanti sulla fuga dai depositi che nessuno si sente di confermare. Le conseguenze del decreto del 22 novembre scorso sulle 4 banche malandate (Etruria, Marche, Ferrara e Chieti) che ha bruciato 2,6 miliardi di risparmio in mano ad azionisti e obbligazionisti subordinati si sentono. In difficoltà sono anche le due Venete, PopVicenza e Veneto Banca chiamate nei prossimi mesi a ricapitalizzarsi a danno dei piccoli azionisti.

Il primo elemento è la fiammata registrata a fine anno dalla raccolta dei patrimoni gestiti delle banche online e di promozione finanziaria. Istituti diversi da quelli tradizionalmente commerciali, che prestano soldi a imprese e famiglie. Fineco Banca, per dire, ha chiuso l’ anno con una raccolta netta complessiva di 5,5 miliardi, di cui 1,1 nel solo mese di dicembre; idem Mediolanum (4,6 miliardi di cui uno il mese scorso) e Banca Generali (600 milioni su 3 miliardi complessivi). Discorso simile anche per la rete del gruppo Azimut.

Realtà con reti di promozione molto più aggressive delle tradizionali interne bancarie, e che sfruttano la paura del bail-in. Nulla, però, si crea e nulla si distrugge: da qualche parte i soldi si sono spostati.

Altra direzione presa è quella verso Poste Italiane, che starebbe registrando buone performance. “Nei giorni scorsi – racconta un grande consulente finanziario – un famiglia che aveva investito molti soldi in azioni di PopVicenza, ora svalutate, per ritorsione ha spostato 200mila euro dalla banca al colosso di Stato”.

Se le due venete soffrono e Mps e Carige non se la passano tanto bene, per le 4 good bank presiedute da Roberto Nicastri e nate sulle ceneri di Etruria & Co. – ricapitalizzate con 3,6 miliardi dal fondo di “risoluzione”, cioè dal sistema bancario – il tema è ancora più delicato. Numeri ufficiali non ce ne sono, né a precisa richiesta vengono forniti. Il rimando è sempre allo stesso motivetto che suona Bankitalia: c’ è stato un “calo fisiologico, come è normale in casi come questo”.

Quali casi? Mistero. Dal team di Nicastro si parla di un buon inizio d’ anno, eppure sono giorni convulsi, con riunioni interne agli istituti focalizzate sul tema. Ieri Nicastro ha chiamato Donata Monti, ex Adiconsum, a gestire la comunicazione con le associazioni dei consumatori. Obiettivo: rassicurare. E nei prossimi giorni sono in programma incontri con le diverse sigle.

Tornando ai dati. Meno raccolta significa meno liquidità in cassa, con un rapporto di 1 a 1. In soldoni, se per pura ipotesi teorica la “Nuova Banca Marche”, che (dati Bankitalia) raccoglie 14,3 miliardi avesse un deflusso del 7% dai depositi, la cassa verrebbe dimezzata.

Accadrebbe lo stesso per Carife che, con una raccolta complessiva di 3,5 miliardi, vedrebbe la liquidità scendere di 250 milioni su 600 totali; ad Etruria (6,7 miliardi di raccolta) l’ impatto potrebbe essere di 400 milioni (in cassa ce ne sono 700); e la liquidità di Carichieti (3,3 miliardi) potrebbe passare da 200 milioni a meno della metà.

Ipotesi puramente teoriche, e se pure i numeri fossero questi, non metterebbero a rischio le banche. Il problema sarebbe un altro: il prezzo a cui venderle. Il fondo va rimborsato: al netto dei 1,7 miliardi che si ipotizza di incassare cedendo le sofferenze, ne servono altri 1,8. O il sistema bancario ci perde. Ma il prezzo lo fa il compratore, e ora sembra più vicino allo zero.

 

Sorgente: F.B. – M.S.