55 contro 55 milioni: la cifra della vittoria dell’oligarchia sulle masse

20 Maggio 2016 0 Di ken sharo

Con il voto di 55 senatori viene ribaltata la volontà popolare: cade un governo progressista di centrosinistra eletto da quasi 55 milioni di brasiliani, si insedia un governo della destra estrema che rappresenta i poteri oligarchici legati agli Usa, già bocciati dal popolo nelle elezioni passate.

Un passaggio di poteri radicale che non trova legittimazione né riconoscimento nel popolo. Un golpe neanche troppo “blando”, che non avviene manu militari o con le destabilizzazioni di piazza ma con un pretesto giudiziario. La presidente Dilma Roussef è stata messa sotto inchiesta e sospesa, per presunti illeciti amministrativi – la “pedalata fiscale”- con cui poteva permettersi di rifinanziare, in piena crisi economica i programmi sociali per le famiglie indigenti e per coinvolgimento indiretto nello scandalo Lava Jato; tutto questo da un parlamento che invece vede 150 dei suoi membri coinvolti direttamente nella maxi inchiesta per finanziamenti illeciti, tangenti, riciclaggio e corruzione.

Una farsa messa in piedi grazie anche a una massiccia copertura mediatica della stampa legata alle oligarchie, come Globo TV, con cui si maschera un colpo di stato che ha insediato il governo di “Salvezza Nazionale”. Governo di salvezza prima di tutto per se stesso, giacché sette dei suoi ministri sono indagati in Lava Jato. Michel Temer, vice di Dilma e alleato storico del PT sino allo scorso marzo, diventa presidente nonostante rappresenti il 2% dell’elettorato e sia accusato di corruzione, lavaggio di denaro, tangenti Petrobras, assieme a sette dei nuovi ministri. Dal governo escono donne, neri e indigeni. I ministri sono solo maschi, bianchi, eterosessuali e ricchi oligarchi. Viene immediatamente cancellato il ministero Donne, Pari Opportunità e Diritti Umani che diventa di competenza del ministero Giustizia e Cittadinanza cui fa capo il personaggio che aveva soppresso nel sangue le manifestazioni degli studenti, Alexandre de Moraes. Il Ministero dell’Agricoltura passa al magnate della soja che, oltre ad essere di estrema destra e coinvolto in lavaggio di denaro sporco, è il responsabile della deforestazione dell’Amazzonia. Agli Esteri va Josè Serra, uomo di Washington legato agli interessi delle multinazionali, che ha già  presentato  progetti di privatizzazioni. Alla Salute, Ricardo Barros che aveva già annunciato la volontà di ridurre il programma sociale per le famiglie (Bolsa Familia), indagato per frode e illeciti finanziari mentre alle Finanze viene chiamato Henrique Mereilles, proprietario del Banco Original, presidente del Banco di Boston e del Banco Central. Viene invertito il senso alle politiche progressiste e vengono subito annunciate misure neoliberiste: privatizzazioni, tagli ai programmi sociali, apertura a capitali internazionali, riforma del lavoro e delle pensioni, eliminazione dei programmi di inserimento e integrazione delle fasce più deboli della popolazione, indios e neri.

Un colpo di mano con cui il Brasile viene consegnato alla dittatura delle oligarchie e il popolo sottomesso agli interessi dell’imperialismo. Una manovra che è parte della strategia aggressiva di Washington contro i governi progressisti dell’America Latina, volta a distruggere le conquiste sociali degli ultimi decenni e a riportare il continente allo stato di “cortile di casa” degli Usa. Il fine di questo attacco, che ha già visto la vittoria delle destre sostenute dai nordamericani in Argentina e Venezuela, non è semplicemente il ripristino della dottrina Monroe, ma l’eliminazione di un modello di produzione e sviluppo alternativo a quello capitalista. Una guerra che si articola su diversi livelli: mediatica, economica, diplomatica. Condotta con le sanzioni, il contrabbando, le speculazioni sul prezzo del petrolio, sulle merci e le monete, con la destabilizzazione politica, la mobilitazione delle classi più reazionarie e l’impiego di paramilitari, con la copertura di campagne mediatiche internazionali che hanno come scopo quello di mascherare i carnefici trasformandoli in vittime e viceversa. L’obiettivo è fare a pezzi un modello di integrazione e cooperazione su scala continentale che si poggia non sulla concorrenza, ma sulla solidarietà, un paradigma di progresso che non si fonda sull’accumulazione del profitto ma sul miglioramento delle condizioni di vita di tutte e tutti, che non mette al centro il capitale ma l’essere umano.

Contro il governo reazionario, sessista e razzista che si è insediato schiacciando la volontà popolare, le strade del Brasile si sono riempite, animate dalle femministe che sostengono Dilma, dal Fronte del Popolo senza Paura e dal Fronte Brasile Popolare. I governi progressisti dell’America Latina solidarizzano con Dilma e Lula. Nicolas Maduro, mentre espropria le fabbriche improduttive consegnandole agli organismi del potere popolare, richiama l’ambasciatore a Caracas e denuncia l’intromissione degli Usa negli affari interni del Brasile atte a impedire la creazione della Banca di Sviluppo dei Brics. Oggi più che mai la radicalizzazione della rivoluzione bolivariana e della sinistra progressista nei movimenti popolari sono necessari per dare una spallata alle destre reazionarie e fermare una volta per tutte l’offensiva imperialista. La difesa del Brasile non è soltanto la difesa di un governo democratico, ma di un blocco di paesi progressisti che ha dato il via a un processo di liberazione e autodeterminazione di popoli liberandoli da un dominio di secoli. È la difesa di un blocco progressista alternativo al capitalismo, antimperialista.

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