Turchia: referendum costituzionale, ultima spiaggia per fermare i superpoteri a Erdogan – Repubblica.it

15 Aprile 2017 0 Di uboot96

repubblica.it – Turchia: referendum costituzionale, ultima spiaggia per fermare i superpoteri a Erdogan. Domenica di Pasqua si vota per la consultazione che deve decidere se mantenere una repubblica parlamentare o diventare una repubblica presidenziale. Il fronte del “no” svantaggiato dallo stato d’emergenza potrebbe però vincere. Si temono attentati dell’Isis – dal nostro corrispondente MARCO ANSALDO

STANBUL – L’attacco finale del Leader, come sempre, è verso l’esterno. E alla vigilia del referendum sulla riforma costituzionale che potrebbe assegnargli tutti i poteri in Turchia, Recep Tayyip Erdogan sfonda pure la barriera degli osservatori internazionali dell’Osce, preposti a controllare la correttezza del voto.

“Dicono che il ‘sì’ causerà dei problemi, State al vostro posto!”, ha tuonato il Capo dello Stato in un comizio a Konya, nell’Anatolia centrale. Il Presidente della Repubblica, incurante del suo ruolo istituzionale, da due mesi batte palmo a palmo l’intero Paese spendendosi senza tregua a favore di una campagna elettorale che, secondo il giudizio di molti analisti internazionali, potrebbe portarlo a governare il Paese senza limiti e senza contrappesi fino al 2034. Senza più la figura del premier.

Senza il Consiglio dei ministri. Con i responsabili dei dicasteri scelti esternamente all’Assemblea di Ankara.

E con un Parlamento allargato nel numero dei deputati, ma depotenziato delle sue prerogative di controllo. “State al vostro posto – ha ripetuto agli osservatori Erdogan nella città dei dervisci rotanti – non avete questo compito. Non potete parlare di cosa succederà se il risultato sarà ‘sì’ o ‘no’. La nazione farà domenica quello che è necessario”.

Il “Sultano”, come lo definiscono con asprezza gli oppositori, faceva riferimento a un recente rapporto di monitoraggio stilato dalla missione elettorale dell’Osce in Turchia, l’Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa, fra il 17 marzo e il 7 aprile.

Nel dossier si evidenziava come la campagna per il ‘nò sia stata svantaggiata a causa dello stato di emergenza decretato dal Presidente dopo il fallito golpe del 15 luglio scorso, che ha eliminato di fatto la par condicio e limitato la libertà di espressione.

Il referendum del giorno di Pasqua è dunque un momento cruciale per il futuro della Turchia, qualunque sia il risultato. Cinquantacinque milioni di elettori dovranno infatti decidere nell’arco di una mattinata (i seggi si chiudono alle 15 del pomeriggio, all’estero nei consolati e ambasciate si è già votato) se approvare la riforma che prevede il passaggio dal sistema parlamentare a quello presidenziale.

I fautori del “sì”, più che altro espressione del partito conservatore di ispirazione religiosa al potere, affiancati dagli ultranazionalisti eredi dei Lupi grigi, lo ritengono un avvicinamento agli schemi istituzionali di Francia, Germania e Stati Uniti.

Gli oppositori, vicini al partito socialdemocratico, ne intravedono piuttosto i pericoli, lamentando il rischio di un’involuzione autoritaria.

I sondaggi più recenti dicono che il “sì” sarebbe avanti, anche se di poco, con una percentuale compresa tra il 51 ed il 52%. Altre fonti, non ufficiali, assegnano invece la vittoria al “no” poiché, secondo diversi rilevatori, i sostenitori del partito al potere avrebbero questa volta un’opinione più frastagliata e molto meno unitaria rispetto alle passate elezioni legislative del novembre 2015, quando la formazione del Presidente raggiunse nelle preferenze il 49,9%.

La campagna elettorale è stata aspra. E però senza attentati, come invece si temeva, dopo l’annus horribilis della Turchia nel 2016. Qualcuno parla di un accordo preliminare in proposito, forse elettorale, raggiunto fra il governo e alcuni esponenti oltranzisti curdi. Ma anche l’Isis è stata tenuta a bada, e 450 mila forze dell’ordine presidiano i seggi, dove il Califfato nero ha ordinato di colpire.

In ogni caso, a giudizio unanime degli esperti internazionali Erdogan ha occupato tutti gli spazi disponibili, rilasciando interviste a organi nazionali e partecipando a comizi in tutta la Turchia, attaccando con toni minacciosi gli avversari, fino a criticare in modo durissimo molti Paesi comunitari e l’Europa in generale, minacciando la revisione dell’accordo sui migranti.

Dietro l’angolo, il rischio di due nuovi referendum: quello sui negoziati di adesione con l’Unione Europea, e quello sul ripristino della pena di morte in Turchia, che Erdogan personalmente avvalla dopo che la misura era stata eliminata nel 2004, l’anno prima che Ankara diventasse candidato ufficiale all’ingresso nella UE.

Per gli osservatori la campagna per il ‘nò ha dovuto affrontare una lunga serie di difficoltà. Il partito socialdemocratico, guidato da Kemal Kilicdaroglu, il secondo nel Paese con circa il 26 per cento dei voti, lamenta che il tempo concesso dalla televisione pubblica è stato infinitamente minore rispetto a quello ottenuto da Erdogan e dai suoi fedelissimi. I media e i giornali vicini al potere, cioè la maggioranza degli organi di stampa, hanno fatto il resto.

Preponderante in tutte le città la visione di manifesti elettorali a favore del ‘sì’, con il volto di Erdogan che giganteggia ovunque. Solo sui social il dibattito è stato ampio ed equilibrato. La Turchia oggi si colloca al 151esimo posto, su 180 Paesi, nell’indice della libertà di stampa stilato nel 2016 da Reporter sans frontieres.

Dure dispute diplomatiche si sono poi verificate nelle ultime settimane fra il governo di Ankara e alcuni Paesi europei, quando la cancellazione dei comizi di ministri e politici turchi in Germania, Francia e Olanda ha innescato la reazione del Leader.

Non ultima appare la questione che riguarda il movimento filo curdo, il quarto in Parlamento. La formazione del Partito democratico dei popoli, che ha oltre il 10 per cento dei voti nell’Assemblea di Ankara, ha subito una raffica di arresti fra i suoi leader e deputati. Ben 55 su 59 parlamentari sono sotto accusa.

In carcere si trovano i suoi due presidenti, Selahattin Demirtas e la sua collega Figen Yuksekdag, oltre a numerosi esponenti del partito. Tutti accusati di “terrorismo” o di sostegno al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato da Abdullah Ocalan, da 18 anni in carcere nell’isola-prigione di Imrali, sul Mare di Marmara.

Nelle ore che precedono il voto Demirtas ha fatto sentire la sua voce dalla prigione di Edirne, dov’è rinchiuso da 5 mesi. “Non permettiamo che questo film dell’orrore continui ancora – ha fatto trapelare l’uomo che alle elezioni generali del 2015 aveva fatto tremare il partito di Erdogan, facendo entrare per la prima volta i curdi in Parlamento – . Andando a votare per il no, con coraggio, sconfiggiamo la paura”.

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