Il 27 marzo del 1937, dopo 11 anni di detenzione, moriva Ninetto Gramsci.-Potere al Popolo – Firenze
27 Aprile 2018Il 27 marzo del 1937, dopo 11 anni di detenzione, moriva Ninetto Gramsci. In virtù del fatto di essere stato uno dei più importanti teorici politici del Novecento, Gramsci è stato letto da alcuni come un professorino, un intellettuale fine e distaccato rinchiuso quasi per errore nelle carceri fasciste. C’è chi è arrivato a dire che fosse prima di tutto un linguista e un liberale.
E invece no, Gramsci era un lottatore che ha formato la sua capacità di lettura nelle lotte operaie torinesi e nell’occupazione delle fabbriche prima, nel ferro e nel fuoco della battaglia contro la reazione fascista poi.
In anni in cui la politica rischia di perdere di senso, per diventare un gioco in cui si può dire tutto e il contrario di tutto, vogliamo ricordare la coerenza e l’umanità di Antonio con le parole che scrisse alla madre, quando sapeva ormai certa la propria condanna a 20 anni di reclusione.
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Carissima mamma,
sto per partire per Roma. Oramai è certo. Questa lettera mi è stata data appunto per annunziarti il trasloco. Perciò scrivimi a Roma d’ora innanzi e finché io non ti abbia avvertito di un altro trasloco.
Ieri ho ricevuto un’assicurata di Carlo del 5 maggio. Mi scrive che mi manderà la tua fotografia: sarò molto contento. A quest’ora ti deve essere giunta la fotografia di Delio che ti ho spedito una decina di giorni fa, raccomandata.
Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi.
Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione.
Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.
La vita è cosí, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.
Ti abbraccio teneramente.
Nino
Ti scriverò subito da Roma. Di’ a Carlo che stia allegro e che lo ringrazio infinitamente.
Baci a tutti.
Antonio